Silvio Puccio

Silvio Puccio

Non perdiamoci a filosofeggiare 

 

La prima passione di Silvio, 26 anni, non è stata il giornalismo, bensì la filosofia, materia con cui cercava, e sperava, di trovare una chiave di lettura della realtà che lo circonda. Dopo due anni spesi a Torino, tra una lezione sulla Scuola di Francoforte e l’altra, immerso nella vita universitaria torinese, ha capito che avrebbe voluto tentare la via del giornalismo, tornando nel “natìo borgo selvaggio” a Palermo. Lì, grazie a uno stage a La Repubblica, ha capito due cose: la prima, che amava muoversi sul campo, raccontando la vita delle persone, piuttosto che chiudersi nel mondo delle idee. La seconda, che Palermo gli sarebbe mancata, ma voleva una chance per realizzare il suo sogno. 

 

Perché hai scelto di avvicinarti al mondo del giornalismo?

 

«Già prima di iscrivermi alla Magistrale in filosofia a Torino avevo fantasticato sulla possibilità di intraprendere questa carriera. Tuttavia, ho preferito continuare con la filosofia, che avevo già studiato in Triennale a Palermo. Per me la filosofia e il giornalismo sono due facce della stessa medaglia. Quello che cercavo nella filosofia era una chiave per riuscire a capire il mondo. Ho capito poi che oltre a darmi questo, il giornalismo mi metteva a contatto anche con i problemi “reali” della società». 

 

Come hai vissuto il ritorno a Palermo? 

 

«L’ho vissuto bene. Anche perché avevo voglia di trovare un’esperienza lavorativa nella mia città che mi permettesse di capire se il giornalismo fosse o meno la mia strada. Alla fine l’ho trovata perché dopo aver girato varie redazioni e bussato a diverse porte ho fatto un’esperienza a La Repubblica- Cronaca di Palermo. Una delle cose più significative a cui ho collaborato è stato un servizio sull’arresto degli uomini del clan Inzerillo». 

 

Come ti fanno sentire questi continui trasferimenti? Ti manca Palermo? 

 

«No non mi manca. Mi dispiace che la città dove sono nato abbia tante potenzialità che non riescono a concretizzarsi. E’ una città che, negli anni, ha attraversato tanti cambiamenti. Ma è ancora incapace di offrire un futuro qualificato ai suoi giovani. Così ho deciso che, dovendo seguire la strada del giornalista, dovevo spostarmi. Non mi è mai pesato. Lì però c’è la mia ragazza e la mia famiglia, e con loro a volte la distanza si fa sentire». 

 

Un libro o un film che ti ha cambiato la vita? 

 

«Mattatoio n.5 dello scrittore di fantascienza americano Kurt Vonnegut. Forse perché l’ho letto quando non ero ancora pronto. E perché il modo che ha Vonnegut di raccontare un fatto orribile come il bombardamento di Dresda mi ha sconvolto». 

 

Un aggettivo per definirti? 

 

«Disordinato. Sono disordinato in tutto tranne che nella cura della mia attrezzatura fotografica. Mi piace fotografare e non importa quanto la mia camera sia disordinata, le mie macchine fotografiche devono essere sempre pulite» 

A cura di Claudia Chieppa


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