Fadi Musa

Fadi Musa

“Occhi da orientale” che nascondono un sogno

 

Occhi grandi e profondi, dal “sapor mediorientale” direbbe qualcuno. Fadi Musa ha 28 anni, nasce a Frascati, tra i pittoreschi Castelli romani, ma vive a Roma. Viaggia molto, ama le serie tv e i film, un po’ meno la vita notturna di Parma. Le sue origini sono palestinesi ma lui non crede in Dio. Ha solo un sogno: diventare testimone della Storia.

 

Parlami del tuo percorso universitario e delle tue passioni.

 

«Sono laureato in Relazioni Internazionali e ho frequentato due master in Giornalismo e comunicazione, prima, e in Comunicazione digitale, poi. Ho svolto uno stage presso l’Ufficio Stampa della Barilla a Parma: buono il cibo ma troppa poca “vita”. Bella invece l’esperienza di due mesi a Bristol: ero andato lì per studiare inglese e poi mi sono ritrovato a uscire sempre! Amo i film e le serie tv: ti dico solo che ho quasi pianto quando è finita “Breaking Bad” e non me ne vergogno!».

 

Hai mai cercato il tuo “posto nel mondo”?

 

«Mi piacerebbe continuare a girare in lungo e in largo ma avere un punto di ritorno. Roma, per esempio, l’ho lasciata spesso nella mia vita, ma ogni volta sento il bisogno di tornarci».

 

Hai mai sperimentato il razzismo?

 

«Alle medie ero soprannominato “l’arabo”, ma quelli sono anni in cui i bambini sono un po’ “cattivelli”: io preferivo essere “l’arabo” che “il ciccione”. La madre di una mia ex, invece, intimò alla figlia di stare attenta perché in futuro avrei potuto “rubare” nostro figlio portandolo in Palestina. Non ho mai sperimentato il vero razzismo: anzi, forse proprio questo mio aspetto “mediorientale” mi ha aiutato molto con le ragazze».

 

Hai una canzone che ti rappresenta?

 

«“Vita spericolata” di Vasco Rossi. In fondo, è proprio questa la vita che voglio».

 

Tuo padre è musulmano: questo ha influito sulla tua educazione?

 

«Mio padre, nei modi, è un laico. Non mi ha mai imposto una religione precisa, anzi mi ha dato piena libertà di scelta».

 

E tu cosa hai scelto?

 

«Ho smesso di credere molto presto. Sono convinto che la religione sia un’invenzione umana».

 

Quando hai capito che la religione non faceva per te?

 

«Da piccolo parlavo molto con mia nonna: un giorno lei mi disse che gli animali non erano destinati né al Paradiso né all’Inferno perché creati da Dio per l’uomo. Ero allibito. Da quel momento non ho più creduto».

 

Che rapporto hai con la Palestina?

 

«Non vado da molto in Palestina. Lì ho dei parenti ma nessuno con cui io personalmente abbia un rapporto. Mio padre e mio zio si sono trasferiti qui in Italia appena ventenni e hanno deciso di cominciare una nuova vita».

 

Senti un richiamo del sangue nei confronti della tua terra d’origine?

 

«Certo. Se voglio diventare inviato è anche per questo. Mi piacerebbe vedere cosa accade veramente in quei territori anche perché – con il passare degli anni – mi sono accorto che il giudizio nei confronti della questione palestinese è molto cambiato: le persone fino a poco tempo fa erano più “pro” Palestina. Vorrei una nuova prospettiva e fare qualcosa per realizzarla».

 

Un’ultima domanda: come vivi il conflitto israelo-palestinese?

 

«Come un’ingiustizia».


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