Erika Antonelli

Erika Antonelli

Datemi una pertica e vi solleverò il mondo

 
 
A ventotto anni Erika è una donna sicura di sé, fidanzata con Antonio da due anni: «un punto di riferimento». Lei è così, orgogliosa di ciò che ha.
Romana di nascita, cresce in zona Portuense. Durante l’adolescenza al liceo classico Montale, matura la propria coscienza di donna appassionandosi alla causa femminista e ai problemi delle periferie degradate. Temi che la accompagneranno in ogni fase della sua vita, dalla laurea triennale conseguita alla facoltà di Roma Tre in Lingue e traduzione interculturale, fino alla magistrale in Interpretariato e traduzione all’Unint.
 

C’è qualcosa che ti lega particolarmente al tuo periodo universitario?

«La mia tesi triennale in letteratura tedesca sull’impronta stilistica femminile nella letteratura della DDR, dal titolo Dire io per una donna: Christa Wolf e Maxie Wander. Sono sempre stata affascinata dalla questione femminile».
 

Ti senti una femminista?

«Non mi piace questo termine. Prima ero più integralista, la vedevo come una competizione con l’universo maschile, ora sono cresciuta, ed ha assunto un significato diverso. Sono consapevole che essere donna passi dall’accettazione di sé, che prescinde dal giudizio altrui. Sono molto fiera di quello che faccio e di chi sono, dei miei libri di Dostoevskij, della cura che ho del mio aspetto e della pole dance».
 

La pole dance?

«Danzare ed eseguire proiezioni sulla pertica, è una disciplina acrobatica. È spesso associata allo striptease, ne sono consapevole. Ho iniziato perché mi annoiavo con i pesi. All’inizio è stata dura e imbarazzante: sei nuda, in mutande e reggiseno davanti a un palo e a altre persone che ti guardano.
Poi capisci che sei nuda perché è necessario aderire con il corpo alla pertica e cominci a fregartene di quello che pensano. Quando inizi a fregartene comincia il divertimento.
Adesso non vedo l’ora sia venerdì sera per trascorrere un’ora e un quarto in palestra. Mi fa sentire libera e completa: bisogna sorridere sempre, per non far percepire lo sforzo di alcune posizioni».
 

Pensi sia importante nella vita non mostrare la fatica?

«Si, ma è anche il mio limite più grande. Sembro molto estroversa a primo impatto ma in realtà è tutto il contrario. Fatico molto a far entrare le persone nella mia intimità, penso sempre di potercela fare da sola. L’unico è Antonio, il mio fidanzato: il mio punto di riferimento».
 

Sono questi i presupposti che ti hanno condotto sulla strada del giornalismo?

 «Si, e l’idea di raccontare verità controverse a qualsiasi costo. Credo che essere giornalisti implichi attenzione a temi sociali come la droga, le periferie, abusi e violenze sessuali di ogni genere.
Recentemente ho visto una serie Netflix, Unbelievable, che racconta di un'adolescente accusata di mentire sulla violenza subita da uno sconosciuto. Sembra banale ma descrive con cura tutte le contraddizioni dell’essere una vittima: lei cambia versione e provoca empatia. Non sempre chi è dalla parte della ragione ha un atteggiamento empatico. Come chi sorride non è detto che non stia soffrendo».

 

A cura di Simone Di Gregorio

 


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