I genitori di Zaky: «Non riusciamo ancora a comprendere le accuse mosse a Patrick»

murales zaky

Le dichiarazioni dei familiari e il ritratto dello studente egiziano, ancora in custodia Mensura


Per la prima volta la famiglia di Patrick Zaky si apre a un dialogo con l’esterno: «Non riusciamo ancora a comprendere le accuse mosse a Patrick, nostro figlio non è mai stato fonte di minaccia o di pericolo per nessuno». Questa la dichiarazione ufficiale scritta su Facebook dai familiari che non avrebbero mai immaginato di trovarsi a portare cibo e vestiti al figlio in carcere.

Patrick Zaky è il 27enne egiziano, ricercatore all’università di Bologna, arrestato all’aeroporto de Il Cairo il 6 febbraio scorso, rimane un’incognita il luogo dove le forze dell’ordine lo avevano trasportato per interrogarlo e torturarlo anche con l’uso dell’elettroshock.

“Stavolta andrà tutto bene”: così Giulio Regeni rassicura Patrick nel murales apparso a Roma, a pochi passi dall’ambasciata egiziana, che li ritrae stretti in un abbraccio. La sua storia sembra intrecciarsi con quella del ricercatore italiano ucciso a Il Cairo nel 2016, come emerge dalle dichiarazioni di Wael Ghally, uno degli avvocati di Zaky, rilasciate a La Repubblica: «Lo picchiavano e gli chiedevano dei suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni. Patrick non sa nulla di tutto questo» e pare sia il motivo per cui le autorità lo hanno trasferito nel carcere della sua città, Mansura.

L’attenzione in Italia continua a essere la stessa del primo giorno: «Al Cairo l’Italia c’è» interviene il Ministro degli Esteri Luigi di Maio, che insiste sulla necessità di un dialogo vero tra le procure. Intanto l’ateneo di Bologna si mobilita: “Patrick libero” risuona nei nuovi presidi promossi da Amnesty.

Chi è Patrick Zaky?

Nonostante la laurea in farmacia, il ragazzo egiziano si è trasferito in Italia per frequentare un master in studi di genere presso l’Università di Bologna. Una scelta nata dalla passione per diritti civili che promuoveva insieme alla ONG Egyptian iniative for personal right, la stessa organizzazione che ha diffuso la notizia delle torture subite dallo studente. In Egitto era stato anche il manager della campagna elettorale del candidato alla presidenza Khaled Ali, uno degli oppositori di Al-Sisi. Il suo attivismo è scomodo al regime, per questo Patrick è in carcere.

E’ stata la sua Bologna la prima a mobilitarsi. Lo scorso 10 febbraio è andato inscena un flash mob in piazza maggiore in cui amici e attivisti si sono radunati per chiedere l’immediato rilascio dello studente. «Avevamo organizzato un viaggio per il weekend del 21 febbraio per fargli vedere una nuova città italiana e siamo qui per dire che vogliamo fare questo viaggio», ha detto Nicola, un amico di Zaky, ai microfoni di Fanpage durante la manifestazione. Ma Zaky si trova ancora in carcere, lontano dall’Italia e dalla libertà per cui lottava.

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