Ricercatore di Bologna fermato al Cairo: «Torturato per ore dopo l’arresto»

Studente egiziano

Lo studente egiziano è riapparso in un’aula di giustizia con i segni delle botte. È accusato di aver criticato su Facebook il presidente al-Sisi


È stato arrestato all’aeroporto del Cairo e trattenuto dai servizi segreti egiziani senza apparenti motivi. Interrogato, torturato per ore e solo poi incriminato. Le accuse a suo carico si riferiscono a una serie di post su Facebook in cui aveva criticato il regime del presidente al-Sisi. Cresce in queste ore la preoccupazione per la sorte di Patrick George Zaki, egiziano di 27 anni che dallo scorso agosto viveva a Bologna, dove frequentava un master sugli studi di genere.

La notizia del suo arresto è stata data dall’Egyptian Initiative for Personal Rights, un’organizzazione in difesa dei diritti umani impegnata a fare chiarezza sulla morte di Giulio Regeni. Proprio le somiglianze con la storia del ricercatore italiano torturato e ucciso nel 2016 hanno attirato l’attenzione sulla vicenda, seguita da vicino da organizzazioni internazionali e attivisti politici.

Per quanto si è riusciti a ricostruire, Patrick Zaki era tornato in Egitto per una breve vacanza nella sua città natale, Mansoura. Venerdì mattina, atterrato all’aeroporto del Cairo, è stato fermato dai servizi segreti egiziani e per 24 ore se ne sono perse le tracce. Secondo i suoi avvocati sarebbe stato trasferito a Mansoura e interrogato sul suo lavoro di attivista; minacciato, picchiato e sottoposto a scosse elettriche.

Sabato mattina è poi comparso in un’aula della procura generale per un nuovo interrogatorio che ha chiarito le accuse a suo carico: il ricercatore dell’Università di Bologna è accusato «di aver incitato proteste contro l’autorità pubblica, di aver sostenuto il rovesciamento dello stato egiziano e di aver usato i social network per minare l’ordine sociale». Gravi reati che implicano un ordine di custodia cautelare di 15 giorni in attesa della prima udienza del processo, fissata per il 22 febbraio.

Il giovane è apparso in aula con chiari segni di tortura: «Era pieno di lividi per le botte ricevute» ha riferito l’avvocato Wael Ghally, che l’ha preso in carico. «Ma sono stati attenti, professionali: hanno usato cavi elettrici “volanti”, nessuno strumento che lasciasse intravedere l’utilizzo dell’elettroshock».

L’arresto di Zaki presenta quindi analogie con quello di Giulio Regeni e mostra un salto di qualità del regime di al-Sisi, che prosegue nelle pratiche di intimidazione degli attivitsti ma si mostra più attento a non lasciare tracce: secondo l’EIPR il «trattamento Regeni» era già cominciato e solo il clamore scatenato avrebbe evitato conseguenze peggiori. Il primo a dare l’allarme è stato il padre di Patrick, chiamato poco prima che al fermato venisse sequestrato il cellulare.

Intanto la vicenda dello studente egiziano viene seguita da vicino anche dall’Italia. Il ministero dell’Interno del Cairo ripete che Zaki «non è un cittadino italiano», ma la Farnesina ha promesso che il caso sarà inserito in un costante «monitoraggio processuale» assieme alla delegazione dell’Unione europea: un modo per consentire la presenza di funzionari italiani all’udienza del 22 febbraio e mantenere l’attenzione su quello che l’Egitto vorrebbe liquidare come un semplice episodio criminale.

Ma preoccupati per la sorte del ricercatore sono anche i suoi amici e professori bolognesi. Intervistati dal Corriere della Sera, lo descrivono con affetto: «È un ragazzo sensibile e inclusivo, sempre attento agli altri». Secondo Cristina Gamberi, la tutor del master, si tratta di «un giovane tranquillo impegnato nell’associazionismo. Un ragazzo attento all’universo femminile che lotta per una giustizia sociale».

condividi