Essere ultras non vuol dire ammazzarsi

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Il supporter della Vultur Rionero, investito da un’auto durante gli scontri coi rivali del Melfi, getta ombre sul mondo del tifo organizzato. A circa un anno dalla morte dell’ultrà varesino Daniele Belardinelli, un altro episodio lascia tutti, ultras compresi, senza parole


Eccellenza lucana. È il campionato al quale partecipano Melfi e Vultur Rionero, seguite ogni domenica dai propri sostenitori. Nonostante il poco appeal della categoria, infatti, gli ultras delle due squadre non fanno mancare il loro sostegno dentro e fuori casa. Essere sempre presenti fa parte di un codice, di un mondo – quello ultrà – spesso banalizzato e osservato con le lenti della criminalità.

<<Questa storia è una roba brutta e dolorosa, in primis per il ragazzo. È qualcosa che va aldilà della concezione ultras, ma anche dell’essere umani. Per stare in mezzo alle persone e fare aggregazione, occorre sapersi comportare. Le bestie sono ovunque, ma noi crediamo molto nel codice ultras, abbiamo un nostro modo di vivere la curva, non ci interessano le armi. Vogliamo fare e insegnare tifo ad altre tifoserie>>, dice un ultrà che preferisce restare anonimo. E ancora, <<sono amareggiato, deluso, stanco di episodi che portano morte, odio e diffidenza verso tutti gli ultrà d’Italia>>.

Nel caso di Daniele Belardinelli, ucciso lo scorso gennaio durante gli scontri con i supporters del Napoli, tante furono le voci di sdegno. L’ultrà varesino perse la vita investito da un SUV, e nei pressi del luogo fu trovato di tutto: machete, blocchi di pietra, martelli, spranghe, un mare di vetro. Tutto ciò non è ultras, come sostiene anche un supporter della curva Costa di Bologna: <<Assieme a tutti i cambiamenti della società degli ultimi anni, ad essere cambiato è anche il nostro mondo, e in negativo. Noi siamo cresciuti con valori che esulavano dal “vale tutto” di oggi mentre gli ultimi morti dimostrano proprio questo, che oggi purtroppo vale davvero tutto>>.

Fra ultrà vigono codici di comportamento e regole ben precise. Non si portano coltelli allo stadio, né armi che potrebbero ferire mortalmente il rivale. Lo scontro, laddove avvenga, è proiettato verso il furto del vessillo avversario, macchia indelebile nell’onore e nella vita di un gruppo e di una curva. Ma non solo, ci si conosce, si stringono gemellaggi, si scambiano opinioni: i raduni sono un esempio di questo modo di fare. Ribadisce questa posizione un altro ultrà, anonimo: <<Lo scontro, secondo noi, è a 360 gradi: una forma di confronto che parte allo stadio, a chi fa il miglior tifo, la coreografia più impressionante, la sciarpata più colorata, e che può trasformarsi in uno scontro fisico, ma sempre leale. L’idea non è quella di eliminare l’avversario, perché in quel caso non avresti più con chi confrontarti. La morte è qualcosa che va contro il nostro stile di vita, il nostro modo di essere ultrà>>. Quando accadono fatti simili, aggiunge, tutti siamo tenuti a riflettere e fare un passo indietro.

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Mario, della curva nord di Andria, è polemico: <<Ci additano come criminali quando accadono cose simili, ma nessuno parla degli ultrà a proposito della beneficenza, del volontariato in occasione di calamità naturali, dell’aiuto a persone meno fortunate. Un gruppo ultrà è formato da dottori, avvocati, artigiani, persone con precedenti: è un momento di aggregazione unico, sincero, raro. Essere ultrà è esserlo per la vita e, oltre il fango che ci viene gettato addosso, sono le cose belle che facciamo a distinguerci davvero. Noi siamo inclusivi, non facciamo differenze>>.

Le attività benefiche e di interesse sociale poste in essere dagli ultras di tutta Italia, come ad esempio per il terremoto di Amatrice, sono sotto gli occhi di tutti, non le scopriamo oggi. Spesso, però, quegli stessi ultrà commettono azioni che vanno a minare l’operato di tutti. <<Il male degli ultras sono gli ultras stessi, è sempre peggio e non ce ne rendiamo conto. Siamo noi la nostra fine>>, sono le parole dell’ultimo supporter intervistato, parole di pessimismo ma che, in un momento così, risultano comprensibili. Se è vero questo, però, è anche giusto pensare che proprio dal mondo del tifo organizzato possa arrivare uno scossone, e che eventi del genere non accadano mai più.

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