La storia di Gerace, il passato che non passa nelle fotografie di Francesco Maria Spanò

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Presentazione della "città delle cento chiese" nell'incontro con l'autore. Le parole di Walter Pedullà, intellettuale e storico presidente della Rai: «un viaggio dell'anima attraverso gli occhi di chi si esprime coi sentimenti»


Quante volte entrando nelle case degli altri un particolare – apparentemente insignificante – cattura la nostra attenzione e si tinge dei colori della nostra personalissima esperienza. Il primo a dare un nome a queste associazioni fu Marcel Proust e le chiamò “intermittenze del cuore”, come ha spiegato Walter Pedullà, proprio perché in quel preciso momento il battito del nostro cuore è sospeso in un’altra dimensione, quella del nostro ricordo.

È successo questo a Francesco Maria Spanò che costruisce il suo libro Gerace, Città Magno-Greca delle Cento Chiese da un frammento della sua esperienza: una fotografia inoltrata su WhatsApp. È successo questo a noi durante la presentazione di questo stesso libro che si è svolta ieri sera in redazione, perché nelle parole ascoltate non abbiamo potuto fare a meno di riconoscerci.


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Una foto tratta del libro “Gerace, città delle cento chiese”, scritto da Francesco Maria Spanò.

Ha aperto il dialogo il Direttore Generale della Luiss, Giovanni Lo Storto, introducendo il libro di Spanò come attraversato da un filo emotivo, di passione, che dalla calabrese città natale dell’autore, Gerace a cui è dedicato il titolo, viene apertamente trasmesso al lettore. Non solo Spanò si serve della fotografia per mostrare Gerace come piattaforma di cultura, ispirazione, aggregazione, ma riesce anche a recuperare la funzione propriamente memoriale di questo strumento che oggi sembra a mano a mano svanire. Le fotografie sono accompagnate alle voci: Spanò si è comportato come un caporedattore affidando la stesura di un articolo ai suo concittadini per poi tirarne le fila.

Emerge quindi dal libro di Spanò l’amore per uno strumento e una modalità di espressione che nasce però dall’amore incondizionato per la sua terra. E il Direttore della Scuola di Giornalismo, Gianni Riotta, ha continuato ponendo l’accento sulla permanenza di un pregiudizio su questa terra. Un pregiudizio che come un germe ha costruito un Sud arretrato e gretto. Ma fotografia dopo fotografia questo pregiudizio viene smantellato e abbattuto nei ritratti degli occhi solidali delle famiglie, nelle didascalie delle foto di un Sud perduto, non come banale paradiso, ma in tutta la consapevolezza, dolorosa, del dovere di una rinascita.


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Walter Pedullà, intellettuale e storico presidente della Rai

Parte proprio dagli occhi l’intervento di Walter Pedullà, storico presidente della Rai, professore emerito, giornalista e critico letterario, ma soprattutto autorevole testimone della città di Gerace. «Con una nostalgia dichiarata fin dalle pagine introduttive Spanò ci prende per mano e ci accompagna» in un viaggio di intermittenze del cuore. Ci invita a seguirlo dentro la fotografia, oltre la fotografia, attraverso la scrittura: vista e visione, la vista di una stirpe, di un legame tra famiglie, la visione interiore di un autore che ci offre la sua anima. Questo libro è come gli occhi dei bambini che sfidano sfrontatamente il fotografo perché non hanno paura che l’obiettivo gli rubi quell’anima che impareranno a nascondere gelosamente. Spanò non ha bisogno di nasconderla perché pulsa di affetto autentico, di bambino, verso la sua stirpe e verso tutti quei personaggi cui ha sapientemente ceduto la parola.


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Fracesco Maria Spanò, autore di “Gerace, città delle cento chiese”.

L’aperta nostalgia delle prime pagine è già presente nella prefazione di questo libro, scritta da Lorenzo Infantino, professore di filosofia delle scienze sociali alla Luiss. Per accostarsi al libro di Spanò è necessario capire tutta la portata del dramma che le fotografie, le didascalie e le parole contengono in sé: il dramma di un esodo, di persone partite abbandonando la propria terra. Come fare a catturare il significato di questo dramma? Usando le nostre radici, una volta trovate e accolte, come bussola che ci orienti nella nostra personale diaspora. Le radici: «il passato che non passa», la nostra venuta al mondo e la nostra umanizzazione.

«Non volevo raccontare una storia di monumenti, ma di persone e di umanità», di un bambino che corre per strada, sotto i davanzali di Gerace. Chiude la serie di interventi Francesco Maria Spanò raccontando del flusso involontario di memoria nato dalla fotografia ricevuta su WhatsApp da suo fratello. Gerace apre le sue porte a un viaggio emotivo che vuole raccontare la bellezza, non solo quella delle cento chiese, ma quella del fermento culturale nella povertà degli anni di piombo.

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