A scuola di cronaca giudiziaria con Federica Angeli

Federica Angeli durante la sua lezione alla scuola di giornalismo Massimo Baldini della Luiss

Secondo appuntamento in redazione con la giornalista di Repubblica Federica Angeli, alla scoperta dei trucchi e dei segreti della cronaca giudiziaria.


«Se volete fare questo mestiere, imparate a gestire la pressione». Federica Angeli, giornalista di Repubblica sotto scorta per le minacce delle associazioni criminali di cui ha raccontato gli affari, passeggia tra i banchi della scuola di giornalismo Massimo Baldini col fare impaziente di un caporedattore che aspetta gli articoli da mettere in pagina. È questa la lezione di oggi: trasformare un’ordinanza del giudice in una notizia di sessanta righe pronta per la pubblicazione, senza lasciarsi influenzare dallo stress della scadenza che incombe.

Prima di cominciare, la classe viene divisa in quattro gruppi, simulando quattro testate diverse in competizione per la stessa notizia. Poi parte il conto alla rovescia: «Avete due ore – dice Federica Angeli – per scrivere una notizia di cronaca giudiziaria. Rappresentate quattro giornali in concorrenza l’uno con l’altro. Curate il rapporto con le fonti, organizzate le idee e dimostratemi chi è il migliore». Dopo un primo momento di perplessità, il brusio iniziale lascia il posto al silenzio interrotto dal battere ritmato  sulla tastiera e dallo squillo dei cellulari.

«Quando scrivete un articolo – continua Angeli –  rabbia, dolore e paura delle scadenze vanno messi fuori dalla porta, per non inquinare il pezzo. È fondamentale non perdere la concentrazione, perché gli argomenti trattati dai giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria richiedono un’attenzione che non può essere compromessa dalla distrazione o dall’emozione».

Le due ore concesse giungono al termine, i pezzi vanno in pagina. Federica Angeli conclude: «Il giornalista ha il dovere di raccontare i fatti, non di parteggiare. Non tutti amano abbastanza questo lavoro da dargli il rispetto che merita. A volte viene visto come uno strumento per far male. E non è questo il senso del nostro lavoro».

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