Testaccio e la scuola dove il jazz è di casa a Roma

Giovanna Marini

Reporter Nuovo ha intervistato Giovanna Marini, celebre artista ed etnomusicologa italiana, per ricostruire le origini della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, installata all'interno dell'ex Mattatoio dal 1975.


In piazza Giustiniani a Testaccio si trova l’ex Mattatoio, considerato uno dei più importanti edifici di archeologia industriale di Roma per la modernità e originalità delle sue strutture.

Al suo interno si trova la Scuola Popolare di Musica di Testaccio. Quest’ultima è quasi un’istituzione nel quartiere ma forse non tutti ne conoscono le origini.

Ci aiuta a ricostruire questa avventura culturale romana la leggendaria artista Giovanna Marini, che il prossimo ‪19 gennaio compirà 83 anni, ed è attiva da sempre nella Scuola, con corsi sull’ “Estetica del canto contadino” e “Modi del canto contadino”, con la carica di presidente onorario. Dal grande pubblico la Marini, colonna portante della etnomusicologia italiana, viene ricordata per la milizia con il Nuovo Canzoniere Italiano, lo spettacolo Bella Ciao al festival di Spoleto del 1964 e Ci ragiono e canto di e con Dario Fo del 1966, e per l’album Il fischio del vapore inciso con il cantautore Francesco De Gregori.

Reporter Nuovo l’ha contattata telefonicamente per ascoltare dalla sua voce leggendaria come ha avuto inizio l’avventura della Scuola Popolare di Musica di Testaccio.

Come è iniziata l’avventura di Testaccio?

«La scuola di Testaccio è stata inaugurata ufficialmente nel 1976 ma è nel 1975 che è venuta l’idea ad un gruppo di musicisti di occupare una delle casette dell’ex Mattatoio. Il Conservatorio di Roma fu il primo a introdurre l’insegnamento del jazz, ed è stato il primo conservatorio in Italia a farlo. Così chiamarono Giorgio Gaslini (ndr jazzista, compositore e direttore d’orchestra italiano) a insegnare piano jazz. Tuttavia dopo un anno di insegnamento fu mandato via poiché gli insegnanti si ribellarono contro questi suoni scandalosi e il conservatorio smise di insegnare il jazz fino agli anni ‘80».

Il jazz non era ancora una materia da conservatorio?

«No, per niente. Si era molto indietro a Roma riguardo al jazz però il conservatorio aveva questo direttore, Renato Fasano, che cercava invece di portarlo avanti. Però i jazzisti erano visti come individui poco raccomandabili, gente con i capelli lunghi, addirittura con code di cavallo, chignon…insomma l’austerità e la dignità di un conservatorio ne era offesa! E abbiamo tutti accolto Gaslini che ne era uscito molto depresso e ci ha detto “no, facciamo noi una cosa”.

E abbiamo accolto anche Bruno Tommaso, un ottimo contrabbassista che aveva studiato al conservatorio e faceva il jazzista a tempo pieno,  che ha organizzato un gruppo di jazzisti: Giancarlo Schiaffini, Eugenio Colombo, Michele Iannaccone, Dario Cortesi…c’era il nipote di Vittorini (ndr Tommaso Vittorini)! La scuola si è riempita ma la cosa è iniziata così. Io ancora non c’ero. Sapevo tutto dai racconti della moglie di Bruno Tommaso che cantava con me e mi riferiva tutto quello che le diceva il marito. Decisero di andare ad occupare una delle casette del Mattatoio a Testaccio. Le casette erano tutte lì intorno al Monte dei Cocci…era molto carino e folklorico. Il Mattatoio era stato chiuso e quindi sono andati tutti via e hanno lasciato queste casette abbandonate. Così noi siamo entrati in una casetta dove mancava tutto, mancavano anche i vetri alle finestre. Le lezioni si facevano in piedi. Piano piano abbiamo portato le sedie. Ma è stato un lavoro notevole anche per difendere la sede. Anche perché c’erano dei carrozzoni di zingari che volevano assolutamente entrare loro nelle casette. Poi bisognava sorvegliare gli strumenti e ad un certo punto abbiamo deciso di farli sorvegliare dagli zingari, perché sennò ce li rubavano. E alla fine diventammo amici.

La scuola poi iniziò con molta gente, dell’ordine di un’ottantina di persone e parecchi insegnanti, anche stranieri. Venivano anche membri dell’orchestra della RAI, perché molti di loro erano jazzisti che avevano suonato con gli americani quando questi entrarono a Roma. Ma era gente molto brava, molto in gamba».

Quindi possiamo dire che avete portato voi il jazz a Roma?

«Sì, la scuola di Testaccio è stata il nido del jazz a Roma. Poi era divertentissimo perché facevamo molti concerti. Oltre all’orchestra, c’era una banda all’antica diretta da Tommaso Vittoriani e un bellissimo coro diretto da Angelo Fusacchia, bravi musicisti che si sono appassionati a questo lavoro. E la banda, siccome doveva imparare a camminare suonando, si schierava per il viale e marciava su e giù attraverso il quartiere di Testaccio e tutta la gente stava lì a sentire e si divertiva tantissimo.

La scuola è passata da 300 allievi nell’’83, con una ventina di insegnanti, ai 1000 allievi di adesso e 200 persone fra insegnati, bibliotecari, segretari…è diventata una grossa scuola. L’obiettivo era quello di insegnare quello che non si insegnava al conservatorio. Poi abbiamo allargato anche alla musica classica e io sono arrivata nel ‘76 con la vocalità popolare. Ora ci sono parecchie vocalità diverse, i corsi per i bambini e il coro di Mani Bianche, inventato da Josè Antonio Abreu, in Venezuela, che aveva creato una scuola per i bambini di strada. La nostra didattica è stata ispirata da lui. Ora sono nate parecchie scuole intorno a Testaccio. Ma devo dire che la nostra è la scuola libera che vive da più di 30 anni».

Tu sei stata introdotta al canto popolare da Pasolini.

«Beh “introdotta” …ho conosciuto molta gente. Ma il primo, proprio il primo che mi ha detto di andare a Milano perché lì c’era gente che si interessava alla cultura orale è stato lui. Io all’epoca non sapevo nemmeno cosa fosse e lui me l’ha spiegata bene. Venne una sera durante una mia esibizione e mi disse “mi canti qualche cosa?”, io all’epoca suonavo Bach, cosa avrei dovuto cantargli? E allora si mise a cantare lui. E io gli dissi “bravo ma che bella canzone questa, su che libro l’hai trovata?” e lui mi ha detto “no guarda le canzoni non si trovano sui libri, si trovano per strada”. E io feci una figura tremenda perché lui aveva appena pubblicato il Canzoniere. E quindi chiedergli “ti interessi di musica popolare?” è stato orribile. E poi abbiamo continuato a parlare e mi ha spiegato molte cose perché lui era già ad un punto avanzato di questo studio».

Photo credit: Mario Del Curto / STRATES

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