La famiglia della birra 2.0: una taplist da top trend

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La storia imprenditoriale di Andrea e Marco, under 35 partiti da una piccola birreria di quartiere e adesso fondatori di una start-up digitale che traccia la filiera della birra sfruttando tecnologie all’avanguardia.


 

Sono seduto all’esterno del Metà, il wine bar che prende il nome dalla posizione mediana tra altre due attività, un ristorante e un beer pub, di Andrea Capogrosso e Marco Pennacchietti, nel quartiere Montesacro di Roma. I due under 35 hanno iniziato con una piccola bottega sulla stessa via che commercializzava birra artigianale, sei anni fa. Ora possiedono un mini-impero imprenditoriale composto da tre attività commerciali nel settore del food and beverage e una start-up digitale. 

Tutto iniziò nel 2013, quando Marco e Andrea avevano rispettivamente 26 e 27 anni, appartenevano alla stessa comitiva e trascorrevano le serate con gli amici nella piazza centrale del quartiere Fidene, periferia nord-ovest di Roma. Tra una chiacchierata e una partita della Roma c’era il sogno di aprire un pub insieme. 

Oggi Marco è seduto davanti a me, sorseggiamo una pinta acquistata dal locale di fronte, il Twenty 2.0, istituzione di zona per la birra artigianale. Prima di intraprendere il percorso dell’imprenditoria, era uno studente universitario di comunicazione e marketing, mentre Andrea, socio e amico, lavorava nell’attività di famiglia. Si ricorda che una sera, dopo un capodanno trascorso nelle Marche, si ritrovarono a cena in un ristorantino sperduto nella campagna marchigiana che, esteticamente, sembrava l’esatta realizzazione di ciò che avevano in mente. Il sogno prendeva forma. Cominciarono a incontrarsi per pianificare: la scelta della posizione, il bancone che si prolunga a tutte le pareti del locale, le sedute con i pallet di compensato, i fornitori. «Eravamo clienti di molte birrerie e abbiamo coltivato rapporti, che poi sono diventate amicizie, in grado di darci consigli in fase di avvio. E abbiamo rubato con gli occhi, come diceva nonna». 

Poi c’è stata la famiglia che, «purtroppo non economicamente, è stata un supporto fondamentale dal punto di vista operativo e umano. – spiega Marco – Il primo finanziamento l’ha firmato mio fratello Stefano, che era già sotto contratto indeterminato e ha garantito per noi. È stato fondamentale, il mio sogno era il suo sogno. Mio padre era serigrafo e ci ha aiutato col merchandising, il padre di Andrea è artigiano di esterni e ha costruito il primo locale. Ancora oggi sono molto presenti in ogni aspetto della nostra vita professionale».   

Poi sono partiti. Aprire a Montesacro può sembrare una scelta fortunata, «e in parte lo è stata»  concordano i due proprietari, perché oggi è un quartiere in piena espansione. Eppure quella bottega di 23 metri quadrati al numero 20 di viale Gottardo, da cui il nome Twenty, è stata una pioniera. «L’apertura è stata drammatica», racconta Marco spiegando le difficoltà dei primi mesi, «pochissimi clienti e noi a provarle tutte per lanciare l’attività». Hanno fatto i conti con la delusione, la paura di aver sbagliato qualcosa e con la vita che a volte riserva imprevisti sgradevoli: Marco ha subìto un doppio delicato intervento di chirurgia maxillo-facciale pochi mesi dopo l’inaugurazione.

Marco Pennacchietti (di spalle) e Andrea a Eurhop, salone internazionale della birra artigianale all'Eur.
Marco Pennacchietti (di spalle) e Andrea Capogrosso a Eurhop, salone internazionale della birra artigianale all’Eur.

«Abbiamo insistito – fa eco Andrea – da sempre l’idea di fondo è stata la cura di ogni dettaglio. Sembra scontato ma l’attenzione a ogni cliente, ricordarsi cosa gli piace, cosa beve, accompagnarlo nella scelta e nell’esplorazione di nuovi sapori e nuovi prodotti ha fatto la differenza. E poi la miglior qualità del prodotto al miglior prezzo possibile che si accompagna al fare cultura nel vasto mondo della birra artigianale». 

Insomma, un’idea definita, l’incrollabile motivazione e la forte passione hanno dato i primi risultati: dopo 8 mesi di fatica non ripagata hanno cominciato a portare a casa qualche soldo e non si sono arresi. «C’è la famosa regola dei 5 anni – mi spiegano – non si fanno bilanci prima che trascorra questo tempo» E lo hanno imparato parlando con chi c’è passato prima di loro. Il confronto con realtà già avviate e la condivisione di ogni difficoltà sono protagoniste delle sue parole. Si sono resi conto che, a livello economico, il primo Twenty fosse insostenibile: troppo piccolo e con troppe spese. Allora hanno deciso di andare all-in ed espandersi «perché vedevamo che le persone, anche se poche, si affezionavano al nostro modo di fare». 

Non hanno perso l’occasione del locale di fronte in affitto, più grande. Le cose hanno iniziato a girare nel verso giusto: con 12 rubinetti che distribuiscono birra dei migliori birrifici italiani e del mondo, più spazio interno al locale e posti a sedere più comodi i due ragazzi hanno raccolto i frutti del lavoro iniziato nella bottega. Assumono dipendenti, quasi sempre attingendo dai clienti più affezionati e, con più tempo a disposizione, si sono dedicati al progetto imprenditoriale e a valutare l’idea di aprire altre attività, di fare il salto da publican a imprenditori. 

Dopo 4 anni, il terreno era pronto per aggiungere altri due tasselli al mosaico progettuale: una trattoria, Mangiadischi, e una vineria. «Non ce la facevamo con le nostre sole forze, dovevamo delegare», mi spiegano che la chiave è stata scegliere la persona giusta e avergli cucito addosso un progetto. Torna protagonista il grande valore dei rapporti umani e la scelta ricadde su Gabriele, un cliente, poi dipendente e amico, infine diventato socio.

Contemporaneamente, Niccolò, amico in comune e dirigente di un’azienda informatica, gli suggerisce di sviluppare un’app, un’applicazione mobile per il Twenty. «Avevamo pensato di tracciare la filiera delle nostre birre, dalla produzione in birrificio fino all’attacco sui nostri rubinetti. Ci sembrava in linea con la filosofia di garantire la qualità e la freschezza dei prodotti che proponiamo al cliente». Ma Marco non si è accontentato e ha sognato in grande: «Perché limitarsi al mio locale, ho pensato. In effetti, mancava un’app digitale a Roma che sfruttasse tecnologie come QRCODE, Blockchain, tag NFC per la tracciabilità della birra artigianale. Così è nata Taggo srl, che si occupa di filiera nel settore della ristorazione gourmet e degli orologi di secondo polso, oltre che ovviamente della birra, tramite una sua diramazione chiamata YHOP. «Il progetto era fuori dalle nostre possibilità economiche e ci siamo appoggiati a un’azienda americana, Alan Advantage, che si occupa di informatica e finanziamento start-up». L’idea è piaciuta e il sogno è diventato realtà.

Yhop
Logo di yhop, app mobile che traccia la filiera della birra.

Ancora adesso i sacrifici continuano ad essere la chiave della maturazione: Marco ha quattro società, vive con i genitori e non cambia automobile dal 2010. Quando gli chiedo se vorrebbe andar via dall’Italia mi risponde con un secco no: «Sono romano e romanista, voglio restare qui», sorride. 

I due sono testimonianza di una sinergia che ha funzionato, scelte ponderate e stima reciproca: «dove non arrivo io arriva lui», mi incalza Andrea. È quello che tentano di trasmettere a chiunque lavori con loro e a me. «Cerchiamo di creare una grande famiglia intorno a noi e riuscirici è stata una delle soddisfazioni più grandi».

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