FCA-PSA, nozze dell’anno?

epa08079570 A handout photo made available by FCA and PSA car makers on 18 December 2019, showing French carmaker PSA Chairman and CEO Carlos Tavares (L) and FCA CEO Mike Manley (R) shaking hands after the signing of a merger deal at a undisclosed location, 18 December 2019. The two companies said in a statement that the combined company will be the 4th largest global automobile manufacturer by volume and 3rd largest by revenue with annual sales of 8.7 million units and combined revenues of nearly 170 billion euro.  EPA/FCA / PSA HANDOUT  HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

All'indomani della fusione fra FCA e PSA, l'intervista a Paolo Griseri chiarisce alcuni aspetti chiave.


L’accordo fra FCA e PSA segna la nascita del quarto polo al mondo per produzione di veicoli, con fatturati annui che si aggireranno intorno ai 170 miliardi di euro. Ma non solo: l’intesa fra i due colossi saprà porre le basi per uno sviluppo sostenibile e l’obiettivo, come scrive Paolo Griseri su Repubblica, è quello di arrivare a realizzare i due terzi delle auto su due sole piattaforme. Entro il 2025, infatti, dovrebbero essere sei i milioni di veicoli creati sugli scheletri modello di cui Peugeot già dispone. Abbiamo chiesto alla nota firma di Repubblica, che segue le vicende Fiat dagli anni Ottanta, un parere sulla fusione dell’anno.

Come cambierà il mondo dell’auto dal punto di vista economico e quali saranno gli effetti sulle aziende “minori” che collaborano con questi grandi poli?

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«Il consolidamento farà fronte proprio agli investimenti necessari per i prossimi anni, la mobilità cambierà paradigmi in modo radicale. A mio avviso saranno due le principali innovazioni: l’auto elettrica e la guida autonoma. Ciò significa avere scambi produttivi diversi, avere linee che realizzano veicoli oggi inesistenti. Ma per investire, come diceva già Marchionne, occorre unire le forze. Oggi abbiamo un gruppo da quasi nove milioni di auto all’anno, prodotte da 400 mila dipendenti. Non ci saranno stabilimenti chiusi, ma allo stesso tempo gli introiti saranno notevoli: parliamo di circa otto miliardi di utili annui. Questo è il principale motivo che ha portato i due poli ad unirsi. Per gli altri il cambiamento sarà plausibilmente analogo, si cercherà di unire le forze, ma soprattutto si vedrà questo mondo con un occhio più fresco. Dobbiamo immaginare la mobilità come una rete di scambi, non solo fra costruttori, ma anche fra colossi e FTI. In futuro le automobili saranno “dei cellulari con le ruote”».

Il neonato gruppo sarà in grado di intercettare la necessità di cambiare rotta nel fare imprenditoria e, soprattutto, saprà porsi in controtendenza rispetto ai cimiteri di auto?

«Le conoscenze che Peugeot ha sul versante delle auto elettriche sono notevoli. Il futuro di veicoli del genere è su piattaforme che ora usa proprio Psa. La vera scommessa sarà scalfire i diversi mercati, dove ora la Cina sta dominando. Un record, ma negativo, che hanno i cinesi è quello sulle emissioni di Co2: è inquietante e mette in pericolo tutti. Altro cambiamento significativo sarà quello delle auto a guida autonoma, oggi rare da vedere, ma che modificheranno radicalmente anche la nostra percezione: difficilmente ci si immaginerà di avere un’utilitaria di proprietà».

Secondo lei entro quanto riusciremo a vedere nelle nostre città veicoli provvisti di guida autonoma? È uno scenario distante o tangibile?

«Già oggi è possibile vederli, ma è un po’ come andare allo zoo. Ci sono infatti pochi tratti di strada definiti e brevi nei quali le automobili si muovono da sole. Secondo i più ottimisti, entro il 2030 potremo assistere a tutto ciò su larga scala. Sarà però un processo molto graduale, non avverrà da un giorno all’altro. Gli addetti ai lavori dicono che in un primo momento ci sarà una sola corsia destinata alle auto con guida autonoma e varie per quelle con guida tradizionale, ma nel tempo questo trend si invertirà».

Spesso si è strumentalizzata la questione fiscale, pensando che avere sede a Londra avrebbe esentato il gruppo dal pagare imposte allo Stato italiano. Che rapporto ci sarà fra l’Italia e il nuovo polo?

«Chiunque produce in Italia, paga le tasse in Italia. Le attività di Fca si svolgono in Italia ed è lì che l’azienda versa i propri contributi. Il problema è la tassazione sulle plusvalenze che fa la capogruppo, la holding che regola tutto il sistema ha sede legale in Olanda e sede fiscale a Londra, ed è lì che paga. Questo perché la legge inglese prevede benefici per americani che investono in Inghilterra. Fca è italoamericana. Il problema vero potrebbe sorgere con la Brexit, c’è da vedere se e cosa cambierà».

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