“Too good to go” dimostra che la lotta agli sprechi può diventare pop

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L'azienda danese, da quest'anno in Italia, macina profitti incentivando il recupero delle eccedenze. Un gioco win-win agevolato anche da una nuova normativa


Qualche tempo fa mi è capitato di leggere questo passaggio del romanzo d’esordio di Claire Louise Bennet, Stagno. “Ho appena gettato la cena nella spazzatura” recita la voce narrante, “Sapevo già mentre la preparavo che l’avrei gettata, allora ci ho messo tutte le cose che non voglio mai più vedere”. Solo poche settimane dopo, quello che mi era sembrato uno scritto fulmineo, mi è parso sotto a una nuova luce: pensavo al fatto che, tutto quello spreco preterintenzionale di cibo, avrebbe fatto inorridire i cultori dell’economia circolare, dell’anti-spreco alimentare, e ho cominciato a pensare che, se solo fosse stato ambientato qualche mese più tardi, la protagonista avrebbe installato sul suo smartphone un’applicazione in grado, grazie al gioco perverso della geolocalizzazione, di far sapere a qualcun altro che c’era del cibo di cui disfarsi, e magari questo qualcun altro lo avrebbe preso in carico a un prezzo simbolico pur di prevenirne l’eliminazione (in realtà probabilmente non lo avrebbe fatto in ogni caso, intenta com’era a disfarsi del cibo immaginandolo personificazione delle proprie relazioni tossiche).

Al di là degli obiettivi nobili di chi si propone di estirpare o quanto meno ridurre gli sprechi alimentari in tutte le fasi della filiera, e cioè dalla raccolta nei campi o dal processo produttivo fino alla conservazione negli scompartimenti del frigorifero – tra questi, i più ambiziosi sono quelli stilati dall’Onu nella famosa Agenda 2030 sull’economia sostenibile -, le dinamiche degli scorsi mesi dimostrano come una delle leve più forti per il raggiungimento di risultati concreti sia la mano dell’impresa, anche a scopo di lucro.

Too good to go è un applicazione nata nel 2015 in Danimarca, è diffusa in più di 10 paesi europei, e dallo scorso marzo è utilizzabile anche in Italia. Funziona in maniera intuitiva, come una normale piattaforma di food delivery, con la differenza che non distribuisce pasti a domicilio ma è il cliente a dover ritirare l’ordine dagli esercenti, e in aggiunta non vi è possibilità di scegliere cosa mangiare. Too good to go, infatti, incrocia l’offerta d’invenduto di bar, ristoranti, pasticcerie e forni con la domanda di un pasto a prezzi contenuti, dai 2 ai 5 euro a “magic box”. Non è un servizio inedito, si inserisce in una quota di mercato in cui altri operatori più piccoli garantiscono lo stesso servizio, ma ha la forza di essere molto popolare – lo scorso settembre l’azienda ha reso noto di aver venduto oltre 20.000 box in tutta Europa -, e di essere presente in tutte le principali città italiane (oltre 33.000 attività commerciali associate), dallo scorso settembre anche a Roma. Punta, essendo dispensata dal servizio distributivo con i ciclofattorini, a espandersi laddove invece anche servizi come Glovo e Just Eat hanno faticato: la profonda provincia italiana.

Per noi un servizio del genere è comodo”, mi spiega l’addetta di una pizzeria napoletana del quartiere Trieste, a Roma, “spesso capita di sbagliare gli ordini e quindi a fine giornata ci ritroviamo con una serie di piatti che nella maggior parte dei casi finirebbero con l’essere cestinati”. Ogni volta che si prenota un box, selezionabile dalle decine di partner aderenti (tra questi, l’Antica Pasticceria Scaturchio a Napoli, Eataly a Firenze, la Pasticceria d’Azeglio a Bologna) suddivisi per vicinanza geografica o per menù, si riceve l’orario di “convocazione”, e l’avvenuta compravendita viene certificata dallo scorrimento laterale di una banda direttamente da una finestra dell’applicazione sullo smartphone del cliente. “Vendendo prodotti da forno, aderire è stato l’unico modo per evitare gli sprechi. Ogni sera abbiamo almeno un paio di ordini” mi ha raccontato l’addetta di un ristorante street food pugliese del centro di Roma.

Non c’è solo Too good to go, e le app non solo l’unica opportunità di lavoro legata all’antispreco. Pensiamo anche alle imprese che nel settore dell’ortofrutta progettano contenitori sostenibili e che consentono alla frutta e alla verdura di durare di più; o a chi produce imballaggi attivi e intelligenti” racconta a Reporternuovo Maria Chiara Gadda, deputato di Italia Viva, prima firmataria dell’unica legge contro gli sprechi alimentari, introdotta nel corso della scorsa legislatura. “E’ una norma di economia circolare, il cui impianto e le cui parti fondamentali sono legate alla responsabilità. Mette insieme i generatori di eccedenza con le associazioni di volontariato. Significa che i prodotti che perdono il valore commerciale, perché ad esempio scartati dal consumatore, allungano il loro ciclo di vita vedendosi reinseriti in un altro circuito, che è quello della solidarietà”. La legge semplifica e sburocratizza la cessione delle eccedenze, ad esempio tutti quei prodotti che superano la data entro cui è preferibile vengano consumati e rimangono invenduti, verso una serie di associazioni del terzo settore come “Banco Alimentare”, “Caritas”, “Comunità di Sant’Egidio”. Nei primi mesi di applicazione della legge le donazioni sono aumentate del 25 per cento. Ma non c’è solo questo aspetto solidaristico. La stessa Gadda gestisce una piattaforma, iononsprecoperche, in cui vengono raccontate le storie di chi ha approfittato del nuovo quadro normativo per farsi venire una qualche idea imprenditoriale. C’è “Bella dentro”, progetto di due trentenni milanesi, che recupera frutta e verdura con delle imperfezioni estetiche rivendendole a prezzi più bassi del 20 per cento. O “RecuperAle”, una birra pale ale chiara prodotta dagli scarti di crosta di pane.

Un’altra delle ragioni per cui è stato pensato l’intervento legislativo è cercare di trovare una rendicontazione univoca nella selva di stime pubblicate negli ultimi anni sul tema. Intervenendo all’ultimo tavolo contro gli sprechi alimentari il ministro delle politiche agricole Teresa Bellanova ha citato la cifra monstre di 12 miliardi di euro all’anno andati in fumo a causa dell’inefficienza della filiera. Uno studio pubblicato l’anno scorso dal Crea, il centro di ricerca dello stesso ministero, aveva introdotto una cifra addirittura più alta: 15 miliardi di euro. Secondo un rapporto curato dal Barilla Center for Food and Nutrition, invece, in Italia, ogni persona butta in media 149 kg di cibo all’anno, gran parte dei quali, per il 42 per cento, provengono dall’uso domestico. “E’ importante anche saper distinguere cos’è spreco e cosa non lo è. Nell’uso domestico, ad esempio, dov’è difficile trovare un criterio oggettivo per definirlo, e in ambito agricolo-industriale, in cui è arduo stabilire un metodo di misurazione degli scarsi nella raccolta e nella lavorazione dei prodotti” ci dice ancora Maria Chiara Gadda. “Il tema è complesso e ovviamente, al di là di quello che arriva sulle nostre tavole, andrebbe fatto un lavoro a monte, di prevenzione”. Un suggerimento a non demonizzare il desiderio di disfarsi di un ingombro nel frigorifero. Bensì a inculcare il dubbio che quello che non abbiamo consumato sia ancora “troppo buono per essere buttato”.

 

 

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