Lotta all’Isis: cosa cambia dopo la morte di Al-Baghdadi?

11662762-3x2-700x467

Il direttore di Analisi Difesa Gianandrea Gaiani ci aiuta ad analizzare i possibili scenari futuri


La morte di Abu Bakr al-Baghdadi e la conseguente rivendicazione da parte degli Stati Uniti hanno sollevato molti interrogativi circa i possibili scenari a cui andremo incontro. Nelle settimane che hanno preceduto la morte del capo dell’Isis, l’Europa è stata colpita da quattro episodi distinti classificati come terroristici. Un camion ha ferito nove persone a Limburg, in Germania, quattro agenti sono stati accoltellati in una stazione di polizia a Parigi, due persone sono state uccise durante un fallito attacco in una sinagoga di Halle in Germania e cinque persone sono state ferite da un uomo armato di pugnale in un centro commerciale a Manchester in Inghilterra.

Sembra che nessuno di questi attentatori avesse un legame strutturato con l’Isis, tuttavia erano tutti spinti da un’ideologia estremista. Questi attacchi sono l’esempio di come la minaccia terroristica sia molte volte perpetrata da singoli fondamentalisti e non risenta del bisogno di un’organizzazione più articolata.

Questo è uno dei motivi per il quale la morte di al-Baghdadi poco influirà sulla sicurezza mondiale, nonostante Trump durante la conferenza stampa in seguito al raid americano abbia annunciato «ora il mondo è un posto più sicuro».

Per capire quali scenari si apriranno ora che il leader del Califfato è stato ucciso, abbiamo intervistato Gianandrea Gaiani, già consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno e uno dei massimi esperti italiani di conflitti in Medio Oriente.

«La morte del capo dell’Isis non rappresenta la fine della minaccia terroristica, anzi può essere considerata da parte dei militanti jhiadisti come una molla ulteriore per colpire obbiettivi-simbolo dell’Occidente ». A rischio potrebbero essere gli obbiettivi americani presenti in Europa, come le ambasciate e i consolati. Quattro giorni dopo l’annuncio di Washington, lo Stato Islamico ha diramato un annuncio audio di otto minuti emesso da al-Furqan, uno degli organi ufficiali di informazione dell’ISIS e diffuso in contemporanea su tutte le piattaforme del network jihadista: «Piccola America non gioire della morte dello sceicco al-Baghdadi. Non sai che oggi lo Stato islamico è alle porte dell’Europa e nel centro dell’Africa e si estenderà dall’Oriente all’Occidente».

I dati parlano di 30mila combattenti tra Iraq e Siria ma ora «il Califfato si sta sempre più spostando verso altri territori, non solo in Libia e nel Sahel ma anche nell’Africa Nera, dal Congo al Mozambico» afferma Gaiani. Non è certo una novità che le milizie islamiste siano da tempo attive e minacciose in Nigeria (Boko Haram), Somalia e Kenya (al-Shabab) ma negli ultimi giorni attacchi e attentati hanno evidenziato in diverse regioni africane l’estrema vivacità delle forze insurrezionali legate allo Stato Islamico.

L’Italia è rimasta finora fuori dai target della minaccia terroristica. Di fatto è il solo paese tra i grandi dell’Occidente a non aver subito degli attentati di matrice jihadista sul suo suolo.

Il perché di questa “anomalia” risiede – secondo Gaiani – in una molteplicità di fattori. In primis, «il numero dei foreign fighters ed estremisti islamici è notevolmente più basso sul nostro territorio rispetto ad altri paesi europei come Francia e Belgio». Basti pensare che in Svezia ci sono 300 miliziani, in Austria 350, in Svizzera 190, in Francia oltre 2.000, in Germania un migliaio. In Italia soltanto 129. E questo ha fatto sì che «il nostro paese non ha avuto gli stessi fattori di radicalizzazione che si sono invece riscontrati in altre aree d’Europa».

Altro fattore da considerare, secondo Gaiani, è che di fatto «l’Italia non ha mai svolto un ruolo attivo nella guerra contro l’Isis», come invece hanno fatto Francia e Stati Uniti. Il nostro paese si è limitato a fornire armamenti, uomini e strumentazioni ma non ha effettivamente ucciso un solo jihadista.     

L’Italia potrebbe non essere un bersaglio dello Stato Islamico anche per via della sua politica di accoglienza nei confronti dell’immigrazione illegale e della penetrazione islamica. «Se fossi in un capo dell’Isis non mi metterei mai a fare attentati in Italia, visto che, per ora, nel nostro paese poco si è fatto per arginare l’immigrazione illegale, che i servizi di sicurezza considerano essere un veicolo di infiltrazione di jihadisti, potenziali terroristi e criminali». È infatti risaputo che in questi flussi migratori si nascondono molti foreign fighters e delinquenti.

condividi