Da Pechino la disinformazione invade il Web

DISINFORMAZIONE

Per accrescere il suo soft power e migliorare la propria reputazione agli occhi internazionali, la Cina sta utilizzando vecchi e nuovi mezzi di informazione.


Era il 1997 quando un manipolo di emigrati cinesi raccoglieva e traduceva articoli della stampa internazionale per inviarli in forma di newsletter a milioni di persone che non avevano effettuato alcuna iscrizione. Altro che GDPR, si direbbe oggi. Gli indirizzi email destinatari venivano scelti a caso. Una pesca a strascico che tuttavia, in tempi di censure, rispondeva ad un’attenta strategia: solo così, infatti, i cittadini avrebbero potuto dimostrare la loro estraneità alla faccenda.

Si tratta di una storia raccontata a suo tempo da James Griffith nel libro «The Great Firewall of China: How to Build and Control an Alternative Version of the Internet» che già allora lasciava presagire le pratiche del governo cinese dinanzi alla minaccia di Internet.

Ancora oggi la strategia di Pechino è incentrata sul controllo e la censura del web, colpendo siti, social network e piattaforme di ogni genere. Il governo cinese, pochi giorni dopo l’ultimo anniversario dell’attentato di Piazza Tienanmen, ha chiuso ogni versione in lingua internazionale di Wikipedia. A renderlo noto un report dell’Osservatorio Indipendente Anticensura, la cui versione è stata confermata anche dalla stessa Wikimedia Foundation.

Dal 2004, nella Repubblica Popolare, il sito della più famosa enciclopedia online ha subito periodici blackout, fino al 2015, quando il servizio in caratteri cinesi era stato bloccato per sempre. Le motivazioni dietro alla recente decisione del governo di Pechino non sono ancora del tutto chiare, anche se da quando Wikipedia ha adottato il cosiddetto protocollo http, per i censori è diventato impossibile filtrare una singola pagina. L’alternativa, così, è bloccare l’intero sistema, oppure non bloccarlo affatto.

La scelta di sospendere il sito in tutte le lingue potrebbe essere legata pure ai sempre più efficienti strumenti di traduzione online, che hanno hanno reso più semplice per i cinesi l’accesso ai contenuti. Lo scorso gennaio il governo di Pechino ha vietato l’utilizzo del motore di ricerca Bing, ad aprile ha continuato a sospendere, filtrare o censurare su Internet, applicando sanzioni anche a coloro che utilizzano le reti VPN, ossia quelle reti che permettono di aggirare il blocco di determinati siti per continuare a consultarli regolarmente.

La Presidenza di Xi Jimping sembra aver stretto ancor di più le maglie della repressione, in una fase che vede il paese scontrarsi commercialmente con gli Stati Uniti anche a livello tecnologico. Huawei, il colosso delle telecomunicazioni salito al secondo posto mondiale nella produzione di smartphone, è finito nel mirino degli Stati Uniti di Donald Trump che l’hanno accusato di aver deliberatamente inserito «falle» nei cellulari per spiare i cittadini su volere di Pechino. Un’accusa subito respinta dall’azienda, che nel frattempo ha portato a casa 46 contratti per l’utilizzo commerciale della rete 5G in 30 diversi paesi del mondo.

Ma tornando al tema della disinformazione, secondo un recente rapporto a firma dell’Oxford Internet Institute, la manipolazione organizzata dei social media è più che raddoppiata dal 2017. Ed è proprio la Cina il paese che ricopre un ruolo di primazia in quest’ordine globale della disinformazione. In tutto, aggiunge ancora il rapporto, sono 70 i paesi che fanno ricorso alla cosiddetta propaganda computazionale per manipolare l’opinione pubblica.

Si tratta di paesi dove almeno un’agenzia governativa o un partito usano i social media per condizionare gli atteggiamenti e le opinioni dei cittadini.

Le problematiche legate alla disinformazione e alla cybersecurity purtroppo restano ancora una galassia misconosciuta dalla politica. La diretta conseguenza è che gran parte dei cittadini le considera questioni destinate per lo più agli addetti ai lavori. La dura realtà, invece, è che la tecnologia che ogni giorno occupa le nostre vite può diventare e diventerà sempre più (anche) un efficace strumento di manipolazione. Casi come Cambridge Analytica dimostrano quanto propaganda, manipolazione e disinformazione costituiscano un tassello essenziale su cui si giocano la salvaguardia e la salute delle democrazie.

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