L’urlo de “Il Grande Dittatore” non si spegnerà mai

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Nel 1940 usciva il capolavoro di Charlie Chaplin, il primo lungometraggio totalmente con il sonoro, ma che, nonostante il tempo, è attuale più che mai.


Quanto, una semplice risata, può cambiare il corso degli eventi? Per rispondere basta vedere Il Grande Dittatore”, capolavoro indiscusso dell’attore, regista e sceneggiatore Charlie Chaplin. Infatti, una risata di gusto è bastata per dare i natali ad una delle massime espressioni della satira che il cinema abbia mai vista e che il 15 ottobre compie 79 anni dalla sua uscita.

Nella New York di metà anni ’30, in una saletta privata del MoMA (Museum of Modern Art), il regista spagnolo Luis Buñuel proiettava Triumph des Willens (Trionfo della Volontà), 114’ minuti di propaganda Nazionalsocialista. Tra gli invitati non solo c’era Charlie Chaplin, ma anche il regista francese Renè Clair. Le reazioni davanti al film furono diverse e contrastanti. Se da un lato Clair inorridì e denunciò come oscena la pellicola, Chaplin, invece, rise a crepelle ogni volta che appariva sullo schermo il Führer Adolph Hitler. Proprio in quella sera nacque l’idea di realizzare Il Grande Dittatore.

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Due facce della stessa medaglia, tanto diversi nei destini quanto simili nelle origini e nell’aspetto. Chaplin e Hitler sono entrambi nati da realtà povere, stessa altezza, stessa corporatura, stessi tratti somatici, addirittura solo quattro giorni separano le date di nascita dei due. Una somiglianza che venne sottolineata a Chaplin anche dall’amico regista Alexander Koda. Tanto identici da poter essere scambiati fra di loro, proprio come accade nel film tra il Barbiere ebreo e il dittatore Adenoid Hynkel.

Quello che immaginava era un progetto ambizioso e pericoloso allo stesso tempo, Chaplin lo sapeva, ma dentro di sé sentiva di doverlo fare. Non è un caso che questo fu il suo primo lungometraggio realizzato completamente con il sonoro. Lo finanziò con i suoi soldi, lo concepì, lo girò in 539 giorni, partendo prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, e la storia gli ha dato ragione, consacrando la pellicola. Si tratta non solo di pietra miliare della settima arte, ma anche del miglior incasso di sempre per l’artista inglese.

La distribuzione de Il Grande Dittatore, come prevedibile, fu complessa. In Inghilterra inizialmente venne vietato per non inasprire i rapporti con Hitler, in Germania arrivò nel 1958 e in Spagna nel 1976, dopo la morte del dittatore Francisco Franco. In Italia una prima versione “quasi” completa e doppiata da Oreste Lionello venne rilasciata nel 1972. “Quasi” perché vennero tagliati cinque minuti in cui il dittatore Hynkel balla con la moglie di Benzino Napoloni, caricatura di Benito Mussolini. La scelta fu per rispetto nei confronti di Donna Rachele, moglie di Mussolini. Per la versione definitiva bisognerà aspettare il 2002.

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Sbeffeggia il potere e dà speranza. Chaplin rompe la parete del suono e dei cuori con l’intramontabile discorso all’umanità, improvvisato dopo aver appreso dell’invasione Nazista della Francia. «Non vi consegnate a questa gente senza un’anima! Uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore. Voi non siete macchine, voi non siete bestie, siete uomini!…Soldati! Non difendente la schiavitù! Ma la Libertà!». Ancora adesso riecheggiano forti le parole dell’attore, che nei momenti finali abbandona i panni dell’artista, si dimentica di essere Chaplin e si trasforma in Charlie, un uomo qualunque che chiede l’unica cosa possibile davanti alla follia: umanità e uguaglianza.

È all’animo primordiale dello spettatore che l’attore si rivolge, sfruttando la sua grande fisicità insieme ad un innovativo uso del dialogo, mai banale e pungente. È la fase della maturazione della maschera di Charlot di Chaplin, racchiusa in un’opera a tutto tondo, non solo per tecnica , ma come esperimento di denuncia sociale, capace di parlare a tutti nella sua essenza semplice di versione più matura della favola de “il Ricco e il Povero” scritta dai fratelli Grimm. Addirittura la potenza del film di Chaplin incuriosì Hitler che, nonostante lo avesse vietato in tutti i Paesi sotto il controllo Nazista, lo vide due volte in privato. «Avrei dato qualsiasi cosa per sapere che cosa ne pensasse» disse il cineasta.

Eppure nonostante il successo e nonostante il messaggio di cui il film si è fatto carico, più volte Chaplin, ignaro del reale scopo dei campi di concentramento, alla fine del conflitto dichiarò: “Se avessi saputo com’era spaventosa la realtà, non avrei potuto fare Il grande dittatore; non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti”.

«Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere! Eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza! Combattiamo per un mondo ragionevole; un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati! Nel nome della democrazia siate tutti uniti!». Ancora adesso, sentendo il Barbiere Ebreo, o meglio Charlie, urlare ai microfoni c’è da chiedersi: A 79 anni di distanza perché queste parole sono ancora rimaste inascoltate?

 

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