Leaks, perché abbiamo bisogno dei whistleblower

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Attraverso le vicende di Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning, Philip Di Salvo nel suo libro “Leaks, whistleblowing e hacking nell’età senza segreti” (Luiss University Press, 2019) parla dell’importanza della trasparenza, della privacy e della libertà di informazione. L’intervista all’autore.


Leaks, perché abbiamo bisogno dei whistleblower
Attraverso le vicende di Julian Assange, Edward Snowden e Chelsea Manning, Philip Di Salvo nel suo libro “Leaks, whistleblowing e hacking nell’età senza segreti” (Luiss University Press, 2019) parla dell’importanza della trasparenza, della privacy e della libertà di informazione. L’intervista all’autore.

 

L’immagine che ci deve venire in mente quando pensiamo al whistleblower è quella di un arbitro che nel momento in cui vede una irregolarità soffia nel fischietto per fermare il gioco. L’ultimo caso l’abbiamo visto negli Stati Uniti dove un funzionario ha rivelato il contenuto di una chiamata tra il presidente Donald Trump e il suo omologo ucraino Vladymyr Zelensky attraverso la quale Trump avrebbe fatto pressioni sul governo di Kiev per screditare un suo rivale democratico, Joe Biden.

Il whistleblowing, ovvero l’atto di servizio pubblico di denunciare pubblicamente attività illecite, abusi o irregolarità da parte di aziende, governi o corpi militari, può avvenire in ogni campo o settore, ma ci sono due casi che senz’altro hanno fatto scuola: quello di Edward Snowden e quello di Chelsea Manning. Ed è proprio la loro storia che Philip Di Salvo, ricercatore e giornalista, racconta e analizza nel suo ultimo libro pubblicato da Luiss University Press “Leaks, whistleblowing e hacking nell’età senza segreti”. Dal testo non può prescindere la vicenda di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, la piattaforma a cui molti whistleblower, a cominciare da Manning, hanno inviato le enormi quantità di documenti e materiali che provavano gli illeciti denunciati.

«Il libro nasce sostanzialmente da due motivi: – ci racconta Di Salvo – il primo è che le storie sono ancora di attualità, anche se tutte erano arrivate a un momento in cui rischiavano di non fare più notizia. Per questo motivo ho pensato di prenderle e inserirle nello stesso contesto. La seconda ragione invece è più generazionale: all’università insegno a studenti che nel 2011, anno in cui è esploso il caso di Chelsea Manning, erano alle elementari. Gli eventi che hanno visto protagonisti Assange, Manning e Snowden appaiono loro inevitabilmente come molto lontani nel tempo, eppure sono avvenimenti fondamentali per capire in che direzione stanno andando il giornalismo e la rete stessa».

Oggi le redazioni delle grandi testate internazionali come il Guardian o il New York Times sono dotate di interi reparti dedicati al data journalism e gli stessi giornali mettono a disposizione piattaforme, come ad esempio Secure Drop, attraverso le quali è possibile condividere con i giornalisti file e documenti in maniera sicura e anonima. «Il tema della sicurezza informatica è arrivato al giornalismo grazie a Wikileaks. I file trafugati da Manning hanno rappresentato in un certo senso il big bang del data journalism – spiega l’autore – credo che questi casi di whistleblowing abbiano anche cambiato completamente il rapporto che c’è tra segretezza e trasparenza. Sicuramente ha agevolato anche la facilità tecnica con la quale è possibile trasferire una grande quantità di dati: Chelsea Manning, nel 2010 mentre si trovava in missione in Iraq, ha potuto scaricare oltre 600mila file che ha poi caricato su un CD-ROM  chiamandolo “Lady Gaga”».

Ripercorrendo le biografie di Snowden e Manning emerge nella storia di entrambi una formazione di tipo informatico e l’appartenenza al mondo dell’hacking: Snowden lo racconta chiaramente nella sua autobiografia “Errore di sistema” (pubblicato in Italia da Longanesi); riguardo invece il passato di Chelsea Manning, le informazioni sono più limitate. Il padre, come lei, era un analista di intelligence con competenze informatiche che la figlia apprende sin dall’infanzia. La matrice informatica di Assange va ricercata invece nella genesi di Wikileaks che nasce dal movimento cypherpunk , un gruppo attivista che aveva l’obiettivo di diffondere strumenti di crittografia da utilizzare come strategia politica di resistenza ed emancipazione.

«Questi casi di whistleblowing, dal punto di vista politico, hanno avuto un impatto molto forte e questo ha chiaramente portato ad una spaccatura all’interno della società. Non stupisce il clima negli Stati Uniti dove, dall’amministrazione Obama a quella di Trump, non è cambiato poi molto in relazione all’approccio draconiano contro i whistleblower. Oggi è sufficiente vedere quello che sta succedendo con Trump nell’ultimo caso che lo vede coinvolto, il Kievgate. Se facciamo, però, un paragone tra Stati Uniti e Italia, c’è da dire che il whistleblowing negli Stati Uniti gode di numerose agevolazioni, è un fenomeno conosciuto e regolamentato. In Italia è sintomatico il fatto che manchi la traduzione del termine inglese. È stata fatta una legge nel 2017 e sono state introdotte le richieste di accesso agli atti (FOIA), questo è già un punto di partenza. Tuttavia è assente una tradizione giornalistica che possa includere nelle redazioni i whistleblower. Manca uno slancio verso questo tipo di procedure che negli altri paesi sono diventate ormai routine».

In una “black box society”, come l’ha definita lo studioso Frank Pasquale, ovvero in un società in cui molti meccanismi tecnologici rimangono per lo più oscuri ai cittadini (dagli algoritmi delle grandi aziende ai sistemi di riconoscimento facciale nelle strade delle nostre città), i casi di whistleblowing possono offrire nuova linfa e sollevare dibattiti intorno a questi temi. «Il whistleblowing – conclude Di Salvo – è il sintomo di un qualcosa che non funziona, è la prova della mancanza di trasparenza da parte di grandi aziende, della pubblica amministrazione o dei corpi militari. I whistleblower, spinti da un moto morale, sono fondamentali perché intervengono proprio per colmare questa mancanza».

 

 

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