Pedalare in maglia di lana

Chianina 11

Metti un giorno, una passeggiata di gruppo in sella a biciclette d’epoca. Cronaca soprattutto interiore di una domenica tipo in ciclostorica.


«Fai vedere come si fa a quest’omini!». Un vecchietto ammiccante mi incoraggia mentre affronta lemme lemme la salita all’ingresso del paese. Poco prima i pedali della Roma Sport 1960 si sono incagliati miseramente sullo stesso lastricato di pietra. Prendo tempo e mi limito a ricambiare con un risolino il sorriso sdentato del mio interlocutore. La tentazione di disertare la partenza fa già un solletico insopportabile.

Devo avergli fatto tenerezza, accroccata davanti all’atrio di una casa, i miei averi sparsi a terra intorno a me. Osservo lo stuolo disordinato di oggetti con cui sto ingombrando la strada e penso agli altari religiosi degli indiani d’America. Rido per non piangere. Gli strascichi di un’iscrizione infinita hanno acceso in anticipo la miccia della mia irritazione. Ci metto poco a rompere il ghiaccio con la me vestita da ciclista vintage che sorseggia un caffè dentro lo specchio alle spalle della barista. Il rituale preparatorio della ciclostorica si rivela più complesso del previsto. Una volta consegnato il certificato medico, si parla di un misterioso pacco gara da ritirare. Oltre al dove e al quando mi premerebbe soprattutto capire il perché. Cosa troverò al suo interno? Mi servirà per la passeggiata? Considerato che nel mio zaino non c’è posto nemmeno per uno spillo, opto per l’abbandono e accantono la cosa. Dalla busta che mi ritrovo fra le mani pesco una specie di patente per raccogliere i timbri dei ristori lungo il percorso e un 325, stampato due volte su una targhetta di carta e un quadrato di tessuto. Forse la ciclista-angelo che si offre di appuntare il mio numero sul retro della maglietta con quattro spillette metalliche è un segno del destino. Ormai ci sono dentro, ritirarsi non si può.

 

Alla linea di partenza mi aspetta una selva impenetrabile di gomme e raggi. Gli uomini in sella sono una maggioranza schiacciante. Mentre mi faccio strada con uno zigzag lento e ostinato noto barbe hipster pettinatissime e singolari accessori d’epoca per sé e le bici. Sulle magliette di lana che indossano si leggono i nomi di altre manifestazioni simili nella zona. Nella pioggia di selfie che riempie l’attesa riconosco tanti accenti del Nord Italia e lo spagnolo di un gruppetto di ciclisti in divisa arancione. Quelle che per me sono facce note probabilmente appartengono allo zoccolo duro degli appassionati locali. Tra le file multicolor di bicimuniti vedo piccole delegazioni di iniziative “rivali”, ma sembra che per la competizione non ci sia posto su questo pianeta. Una grande famiglia pedalante.

Fra chiacchiere, autoscatti e inviti incrociati, la banda suona l’inno d’Italia e qualcuno fischia il via. La sfilata in sella asseconda le ambizioni da reporter dei curiosi a bordo strada e mette allegria. Vento e silenzio nelle orecchie, il set è abbastanza surreale. Dalla campagna ancora immobile e sonnolenta arriva la botta di onirico decisiva per scivolare alla coda del corteo e provo un brivido di piacere nel farmi seminare da sconosciuti compagni di avventura, da qualche parte davanti a me.

Tutto molto bello in pianura e in discesa. Poi il sole comincia a scottare e davanti alle rare, curvose salite la sindrome della volpe e l’uva esplode più virulenta che mai. I tratti spaccafiato sono il momento più opportuno per scrupolose spalmate di crema solare, accompagnando la bici a piedi. Che sia merito delle endorfine o del miraggio dei ristori, mi perdono più del solito questi lampi di pigrizia.

Nel film della mia prima ciclostorica sorsate d’acqua generose da ultima in corsa si alternano a rimontoni spettacolari, scanditi da banchetti spacciati per pitstop alla buona. Sugli ultimi chilometri prima del traguardo il solleone svuota di lucidità i miei bilanci sportivi. Chissà come si racconta una cosa del genere. La passione per le bici d’epoca riuscirà mai a contagiare i popoli del mondo? Maledetti strepitosi ristori, magari pranzo domani. Finalmente ho bucato una gomma!

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