Sognando Parigi: «Studiavo legge, oggi mi chiamano Maestro»

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La storia di Gioele Moltisanti, partito dalla Sicilia per inseguire una carriera d'artista.


Nell’incendio della cattedrale di Notre-Dame si è imbattuto quasi per caso. «Stavo passeggiando, poi ho notato una nuvola di fumo e mi sono precipitato per vedere cosa fosse successo. Ero lì, insieme a migliaia di persone, quando è la guglia è crollata. Ho provato un’immensa sensazione di vuoto».

Sul telefonino le immagini del disastro: le scorre e ancora non si da pace. Gioele Moltisanti si è trasferito a Parigi nel 2011 e da allora la storia, quella vera, da scrivere sui libri, l’ha incrociata più volte. I gilet gialli, l’allarme terrorismo, persino il privilegio di vedere Vincenzo Nibali, suo concittadino, trionfare al Tour De France. «Proprio così, nel 2014. A dire il vero non sono un grande appassionato di ciclismo, ma vuoi mettere essere testimone di un messinese in maglia gialla? Non si poteva mancare».

Capelli neri, camicia di lino fuori dai pantaloni e sigaretta rollata in bocca: fa il musicista e l’aura d’artista la si percepisce immediatamente. Maestro di chitarra classica e concertista, ha trasformato in lavoro una passione antica e travolgente: «Oggi insegno al conservatorio, ma per rincorrere questo sogno ho abbandonato la facoltà di giurisprudenza. Ero al terzo anno e avevo dato numerosi esami, tra questi anche diritto privato. L’incubo degli studenti di legge».
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Commi e articoli da ripetere e imparare a memoria, perché di voli pindarici, per quanto belli, raramente si vive, specialmente in Italia: «A dieci anni ho iniziato a suonare, andavo alle elementari e all’uscita mamma e papà non mi trovavano mai. Mi cercavano in cortile, mentre io mi fermavo con la maestra che ci impartiva i primi consigli». Da lì parte un percorso parallelo: «Ne ho parlato con i miei genitori e grazie all’appoggio di alcuni amici di famiglia ho cominciato. Di pomeriggio andavo a lezione e a giugno mi presentavo per gli esami al conservatorio, il Corelli di Messina o il Cilea di Reggio Calabria».
Sforzi supplementari, da affiancare all’istruzione canonica: «Non mi pesava e non ci avrei mai rinunciato. Io volevo solo suonare anche se per me rimaneva un passatempo». Il cambio di prospettive giunge con l’età: «Dopo il diploma vedevo gli amici andare via e progressivamente smarrivo i punti di riferimento, ponendomi un sacco di domande».
L’ipotesi di frequentare l’università al nord svanisce quasi subito, ma funziona da grimaldello per allargare gli orizzonti: «Fu in quel momento che mi confidai con Mariagrazia, illustrandole tormenti e perplessità. Era stata la mia insegnante da sempre, mi conosceva meglio di chiunque altro e mi prospettò l’idea di andare all’estero». I tasselli iniziano a comporsi, ma bisogna superare l’ultimo ostacolo: «Il primo luglio 2011, con il voto di 10/10, divento ufficialmente maestro di musica, per capirci l’equivalente di una laurea magistrale».

Adesso ha anche il famoso “pezzo di carta” in mano: «Più che altro una base su cui costruire il futuro, aspetto fondamentale per convincere i miei genitori. Avrebbero dovuto sostenere un investimento oneroso, ma non sarebbe stato campato in aria e questo ci confortava». È l’estate del grande passo: «Per perfezionare la formazione dovevo ambire a una scuola d’eccellenza. Frugo online: Barcellona, Londra, Vienna. Alla fine opto per L’Ecole Normale de Musique “Alfred Cortot”, a Parigi».

L’audizione di ammissione coincide con il trasferimento: «È settembre e io non so una parola di francese. Non mi scoraggio, mi esibisco davanti alla commissione e con la mia preparazione vengo integrato al sesto anno. Dovrò studiare la lingua, cercare una casa e ambientarmi nel minor tempo possibile. Non importa: sono dentro».

Il più è, ormai, alle spalle. «Niente affatto. L’istituto prevede due anni formazione: a ognuno corrisponde un titolo ulteriore, ma per ottenerlo bisogna sostenere un esame. Frequento le lezioni e studio: tanto, troppo». In che senso? «Da marzo avverto dei dolori sempre più forti al polso e mi sottopongo a una visita. Il responso conferma i sospetti: tendinite, sindrome da sovrallenamento. Il dottore mi impone un mese di stop e 40 minuti di riscaldamento ogni mattina, prima di iniziare a suonare».

Il tempo, tuttavia, è tiranno, non solo per definizione: «Non potevo aspettare e quasi subito mi sono rimesso sotto. Le mani, però, erano affaticate e pur superando le prove in itinere mi blocco all’ultimo atto, il principale. Sono un fascio di nervi, prenoto un aereo e due ore dopo sono in Sicilia». Guardare il mare per scacciare i cattivi pensieri: «Stacco la spina, non voglio vedere nessuno. A Messina ritrovo gli amici di sempre, ricarico le batterie e smaltisco la delusione».

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Arriva, intanto, una buona notizia: «Mi prendono al convitto dell’università. Non vivrò più in un monolocale, ma avrò la mia stanza in un plesso con molti altri ragazzi: è un sollievo, soprattutto per le tasche dei miei». La svolta decisiva: «L’ambiente è stimolante, io mi sono messo i problemi fisici alle spalle e al secondo tentativo supero l’esame senza patemi particolari. In sala, stavolta, c’è mamma. Mi sciolgo in un abbraccio liberatorio: sono concertista». Dodici mesi dopo il copione è identico: «Finalmente il curriculum è completo, lo invio dappertutto e aspetto».

Il telefono squilla nel luglio del 2014: «È il conservatorio di Joel Monier di Mennecy, a mezz’ora dal centro di Parigi, la mia prima cattedra, di sedici ore». Presto si aggiunge la seconda: «Crc de La Ville de Sarcelles. Doveva essere una supplenza, sono ancora lì». Il resto è attualità, i ragazzini lo adorano e l’affetto è reciproco: «Mi chiamano fuori dagli orari scolastici per chiedermi consigli. Nel tempo libero scrivo le recite e preparo le lezioni. I genitori sono contenti e anche io se ripenso a tutta la strada mi ritengo soddisfatto». Non è tutto: «Ci sono i concerti. Da solista, in duo o in trio, non è raro vedermi sul palco».

Lo confessa quasi imbarazzato, mentre con lo smartphone sta prenotando un volo per l’India: «Devo andarci per il matrimonio di un amico, gliel’ho promesso». Non è proprio dietro l’angolo. «Qui conosci persone da ogni parte del mondo è uno dei pregi delle grandi città. L’integrazione viene da sé, è un fatto spontaneo». Inutile domandare cosa pensi dell’Unione Europea: «Con la nuova tessera sanitaria non hai problemi al pronto soccorso, la carta d’identità ti consente di entrare gratis nei musei fino a 26 anni e grazie al roaming riduco le distanze dagli amici e da casa».

Ad agosto l’obiettivo si chiama Spagna: «Dovrei starci due mesi, mi interessa soprattutto perfezionare la lingua, studiare e osservare da vicino il Flamenco. Oggi per fortuna posso permettermelo». Gioele guarda avanti e non si ferma mai. Per fare il musicista ha rinunciato alla toga. Un esempio che ci conforta: di cultura si può ancora vivere, basta crederci.

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