“L’uomo macchina” dietro al commissario più famoso d’Italia

ALBERTO-SIRONI

L'intervista di Alberto Sironi su Reporter Nuovo. Amava la Sicilia e il suo lavoro:"Il regista guarda il mondo che lo circonda ed esprime la sua filosofia di vita". Incoraggiava tutti a raccontare la propria storia e ambizioni.


Alberto Sironi soppesa le parole una ad una, è uomo di pagina di mezzo più che di copertina, tutt’altro che murritiuso, ti spiazza quasi nella sua semplicità, quando dopo avergli fatto notare di essere il regista della serie più guardata degli ultimi 20 anni della televisione italiana, risponde con il dono della ponderazione, “questa cosa di mostrarsi sempre la trovo un po’ eccessiva. Il mio compito è quella di trasformare una sceneggiatura in immagine, il mio habitat naturale è al di qua della macchina”. Anche se dall’altra parte dello schermo lo abbiamo visto di recente reggere in mano una guantiera di cannoli, senza troppi tambasiamenti, per ricordare un amico che se n’è andato.

Nell’ultimo episodio un Diario del 43 andato in onda lunedì 18 gennaio, c’è un omaggio commosso alla scomparsa dell’attore Marcello Perracchio, in cui lei fa un cameo. Come l’è venuta quell’idea?

Di comune accordo con Camilleri abbiamo deciso che avremmo fatto morire il personaggio interpretato da Perracchio, il dottor Pasquano. L’idea migliore per rendere omaggio a questo personaggio complesso è venuta a Luca Zingaretti, ci siamo detti “non c’è bisogno di parlare, basta ricordarlo tutti insieme con il rito dei cannoli”, di cui lui era ghiotto.  Una scena molto semplice, affrontata con una certa timidezza per non soffermarsi sui dettagli. E’ stata l’occasione migliore che avessi per prendere parte alla storia.

Visto che ha parlato del maestro Camilleri com’è cambiato il vostro di lavoro in questi anni?

In generale Camilleri ci ha sempre fatto lavorare con una certa tranquillità. Trasformare un romanzo in un film comporta problemi di tempi, di selezione dei fatti. Per quanto riguarda il lavoro sugli attori è sempre stato contento. Negli ultimi anni, da quando ha perso la vista, è molto più preciso domandando che gli venga illustrato come abbiamo in mente di mettere in scena i suoi testi.  Andrea ha fatto teatro quindi capisce di recitazione. Il passato come assistente di Giorgio Strehler mi ha dato un certo amore per gli attori. Ho capito che per questi film c’era assolutamente bisogno di interpreti siciliani, che hanno aiutati anche quelli che siciliani non sono.

Per lei che ha ricevuto un’educazione lombarda, non deve essere stato facile tradurre in immagini una terra così contraddittoria ricca di riferimenti, come la Sicilia. 

In realtà sono stato fortunato a non essere siciliano. Chi è cosi dentro alla sua terra, quasi quasi non la vede più, non la capisce. In Sicilia prima di iniziare a girare c’ero stato come turista, ma viverci dentro, soprattutto nella zona che abbiamo scelto noi, molto agricola, è qualcosa di diverso. credo di aver raccontato un paesaggio differente da quella dei romanzi, che sono ambientati nel passato. lo stesso Camilleri non vive in Sicilia ormai da tanti anni.

Il contesto in cui si muove il Commissario Montalbano sembra sempre più rarefatto, legato dalle contingenze. Quanto la serie ha raccontato il paese in questi 20 anni?

Camilleri adopera dei fatti che appartengono alla realtà però li mette all’interno di un racconto che non abbiamo deciso di modellare in un mondo non naturalistico, l abbiamo sollevato in alto in senso quasi magico, edipico, più antico. cosi che non ci fosse un immagine solo della sicilia ma anche un riflesso di un Paese.

La risposta del pubblico giovanile è stata entusiasmante con uno share del 33% nella fascia di pubblico tra i 15 e i 24 anni. Se lo aspettava nell’era della competizione con le piattaforme alla Netfilx?

E’ una cosa molto bella, che continua a crescere negli anni. Significa che le cose che all’inizio possono sembrare più complicate non è vero che i giovani non le guardino, devono soltanto essere capite. Uno dei motivi che ha facilitato questo processo di fidelizzazione è stato il fatto che la Rai abbia continuato a mandare in onda le repliche dei vecchi episodi della serie. In 20 anni abbiamo fatto solo 34 film, nemmeno due all’anno, e quindi rispetto alle altre serie ne abbiamo fatti molto meno sentendone parlare e guardando le repliche i giovani hanno potuto approcciarvisi.

E il fatto che continui ad essere una delle serie Italiane più viste in gran parte dei paesi del Mondo, cosa può voler dire?

Penso che ognuno di noi se raccontata bene le storie e le ambizioni che lo riguardano possa raccontare qualsiasi cosa. Non c’è bisogno di pensare a un immagine di tipo stereotipato. Il regista guarda il mondo che lo circonda ed esprime la sua filosofia di vita. In Montalbano c’è una cosa che al pubblico è piaciuta molto, il piacere del vivere che hanno in genere gli Italiani, l’amore per la buona cucina, il fatto che siamo attenti quando passa una bella donna, anche quel senso profondo dell’onore molto siciliano, il non voler fare troppa carriera basandosi su quello che abbiamo, e è tendoselo gustare con tranquillità. Basti pensare che Montalbano decide di non andare a Parigi perché la sua cameriera gli fa gli arancini!

Ce lo confessi, lei una serie con Netflix la farebbe?

Sicuramente si, bisogna continuare a vivere secondo quello che succede nel proprio mondo. Quando ero piccolo a 9 anni andavo al cinema a vedere il bianco e nero, e ricordo che alla domenica riuscivo a vedere 2 o 3 film passando da una sala fumosa all’altra. Erano altri tempi. Adesso ci sono serie Americane che sono a livello del cinema o che spesso sono addirittura meglio. Secondo me le serie sono tutte figlie di Twin Peaks, concepita dal genio di David lynch. Da quella ne sono nate tante altre. Faccio sempre molta fatica a vederle tutte, perché la mia idea di cinema è più basata su un’opera. Guardo 1 o 2 puntate, l’idea di vederne 25 di fila non mi attrae. La cosa ce più mi disturba nelle serie è sempre questo fatto di dover tenere agganciato il pubblico, le serie fatte meglio a questo meccanismo hanno dato meno attenzione. Per quanto riguarda Romanzo Criminale, ad esempio, il film era bello, ma la serie molto di più, proprio perché si prestava a quel tipo di racconto.

Tornando al Commissario Montalbano, c’è un personaggio che le sta più a cuore, quello in cui è più rintracciabile la sua mano?

Non c’è un personaggio di più di un altro che mi rispecchi. Il Commissario Montalbano è incentrato sul suo protagonista, mai così forte. Luca Zingaretti su 20 settimane di riprese capita che manchi al massimo uno o due giorni, è formidabile. Io personalmente mantengo una certa distanza da tutti i personaggi. l’importante è che li abbia capiti bene, che sappia a cosa servono. Fazio è uno scudiero del Commissario, Mimì è un grande amico, esempio del fascinatore meridionale, Catarella è il foul tipico di ogni rappresentazione teatrale. Ho trovato degli attori straordinari a cui ho chiesto di venire a vivere a Roma perché ci sarebbero state più opportunità e mi sono visto rispondere “ma perché? qui ho tutto quello che mi serve”. C’è una grande modestia e una grande protervia in tutto ciò, i siciliani sono conviti di essere il sale della terra.

Camilleri ha già scritto l’epilogo dei romanzi sul Commissario Montalbano, che verrà pubblicato postumo. Lei se lo sarà immaginato un finale in questi anni, o no?

In realtà Camilleri il finale me l’ha raccontato, ho trovato una cosa straordinaria, è molto diverso da quello che si aspetterebbe, ma ovviamente per motivi di riservatezza non posso aggiungere altro.

Un’ultima cosa. Nel primo romanzo della serie “La forma dell’acqua”, il Commissario chiede di pronunciare la parola “Improcastinabilità”, divertendosi a prendere in giro chi non ci riesca. Ce la può ripetere?

Im-pro-ca-sti-na-bi-li-tà. (Ride, ndr)

 

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