L’ultimo volo da romanzo di Roald Amundsen

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Il disastro di una spedizione italiana al Polo Nord trascinò con sé il norvegese e segnò il tramonto dell’epoca eroica degli esploratori.


unnamedPare che la primavera del 1928 sia stata una delle più fredde che si siano mai registrate da quando si misurano le temperature con i moderni strumenti della meteorologia. Non poteva certo averne contezza l’equipaggio del dirigibile Italia quando il 19 marzo partì da Ciampino, base aeronavale che decenni dopo avrebbe servito aeromobili molto meno memorabili – ma anche molto più sicuri. E dire che il progetto, l’ideazione, la messa a punto, il varo e ovviamente la spedizione erano tutte state capeggiate dal più insigne aviatore della sua generazione: il generale dell’aeronautica italiana Umberto Nobile, acclamato e stimato ingegnere, celebre già in vita per essere stato tra i pionieri delle grandi esplorazioni di inizio secolo, che sarebbe passato alla storia, tuttavia, per quel viaggio segnato dalla malasorte. Sì, perché la storia di quella spedizione partita nel marzo del ’28 è il tragico racconto dell’incidente del dirigibile di Nobile, della morte di alcuni membri dell’equipaggio, della lotta feroce per la sopravvivenza di altri, e dell’incredibile sequenza di eventi che si sarebbe verificata durante le molteplici spedizioni di salvataggio partite da sei diverse nazioni, inclusa l’Unione Sovietica. Ed è anche la storia di una rivalità dalle sfumature epiche: quella tra Nobile e il comandante della spedizione di salvataggio francese, l’altro eroe dei cieli nordici reso immortale dagli anni delle esplorazioni aeree, che nella primavera sfortunata dell’Italia perse la vita. Un burbero norvegese di poche parole, più vecchio del suo rivale di tredici anni. Si chiamava Roald Amundsen, confermò l’esistenza del Passaggio a Nord-Ovest, guidò la spedizione che scoprì il Polo Sud, ed è per acclamazione il più grande esploratore dell’epoca moderna, seduto accanto a predecessori come Marco Polo, Cristoforo Colombo, Willem Barents e Fernão de Magalhães – altrimenti noto come Magellano.

Un’esploratrice svedese del terzo millennio che ha guidato diverse avventure ai Poli, Monica Kristensen, prima donna ad essere insignita della Gold Medal dalla Royal Geographical Society, ha scritto il romanzo di questa storia partendo dalla fine: si intitola infatti L’ultimo viaggio di Amundsen, e lo porta adesso in Italia Iperborea (nella traduzione di Sara Culeddu, pp. 485, 19,50 euro), l’editore che ha fatto conoscere ai lettori italiani tanti gioielli della letteratura nordica e non solo. Il libro non si limita a ripercorrere la vicenda, che pure viene documentata con precisione: Kristensen si arrovella sul personaggio di Amundsen, sui suoi tormenti, e sulle ragioni della sua ultima missione, così pericolosa e estemporanea. Il risultato è un romanzo-inchiesta che finisce con un’ipotesi a sorpresa sul destino del grande esploratore. Ipotesi non nuova che il lettore potrà considerare come una chiusura romanzesca del libro oppure prendere sul serio, poco importa. Quello che resta, del libro e della vicenda raccontata, è il vento gelido dell’Artide che sembra mordere alle caviglie persino il lettore, l’angoscia dei sopravvissuti dell’Italia, il silenzio dell’elica dell’idrovolante di Amundsen quando deve aver smesso di girare, facendo sì che venisse inghiottito per sempre nel bianco infinito del Polo Nord.

Nobile e Amundsen si erano sfidati per diversi anni a colpi di voli estremi e scoperte. nobilMa si erano trovati anche a volare sullo stesso dirigibile, alla volta del Polo Nord, nel 1926. L’esploratore norvegese aveva provato a raggiungere il polo nel 1925 senza successo. Dopo diversi fallimenti Nobile, convinto che il suo dirigibile potesse essere il mezzo adatto per quell’esplorazione, incontrò Amundsen a Oslo e lo convinse a ritentare l’impresa con il dirigibile italiano. Il Norge riuscì a sorvolare il Polo Nord, grazie anche a un gruppo di professionisti straordinari tra i quali, oltre ai due grandi capitani, spiccava il meteorologo svedese Finn Malmgren, che sarebbe stato anche tra i malcapitati dell’Italia, e avrebbe contribuito alla sopravvivenza di coloro che sarebbero tornati a casa, tra i quali lo stesso Nobile, spiegando loro come scegliere le pozzanghere d’acqua dalle quali poter bere e quelle da evitare. A lui però, già ferito nello schianto del dirigibile, toccò sorte peggiore. Il 30 maggio, d’accordo con gli ufficiali italiani Adalberto Mariano e Filippo Zappi, decise di incamminarsi a piedi tra i ghiacci, nonostante il fermo rifiuto del generale. L’impresa si rivelò fallimentare, e tra il 15 e il 16 giugno Malmgren ebbe un collasso dovuto ai postumi del terribile impatto del dirigibile, in seguito al quale chiese ai compagni di essere lasciato indietro ad attendere la morte. Il 10 luglio il pilota sovietico Boris Chukhnovsky avvistò durante un volo di perlustrazione i due uomini sopravvissuti e il corpo dello scienziato svedese, mentre il 12 luglio la nave rompighiaccio sovietica Krassin recuperò i due superstiti. Ma il corpo di Malmgren non fu più ritrovato.

25 maggio del 1928. Terzo volo consecutivo nel mese di maggio. L’Italia ce l’ha fatta: è arrivato nuovamente al Polo Nord. Ma quel giorno il ghiaccio e il vento si accaniscono sulla struttura del dirigibile, le stime di posizionamento vengono disattese, e alla fine l’Italia tocca il pack, la superficie di ghiaccio che va sciogliendosi, e si danneggia. Lo schianto è terribile. Alcuni muoiono sul colpo. Altri no: per loro cominciano giorni di lotta in condizioni estreme, con pochi viveri e poca acqua. Alcuni tentano la carta della fuga, altri restano compatti e provano ad accamparsi. Il mondo è sconvolto, parteggia per i coraggiosi esploratori: partono spedizioni di salvataggio dalla Svezia, dalla Norvegia, dall’Italia, dall’URSS, dalla Finlandia. Diversi avvistamenti della “tenda rossa” di Nobile si susseguono. La luce artica in realtà ha fatto sparire il colore della tela quasi subito, ma la leggenda ormai ha deciso. Le attrezzature disponibili a bordo e quelle gettate dal cielo consentono la sopravvivenza di Nobile e dei suoi per un mese –per chi viene salvato per primo – per sette settimane per gli altri. Muoiono 17 persone, inclusi i caduti delle spedizioni di salvataggio.

Nei giorni concitati successivi alla notizia dell’incidente, Amundsen decide di utilizzare un idrovolante francese mai collaudato per andare a salvare lo storico rivale: il Latham 47. Una follia, dicono in molti. Una follia calcolata, dicono altri. Possibile che la vecchia gloria, frustrata dall’essere ormai invecchiato e messo da parte, voglia immolarsi per un’ultima spettacolare transvolata? Amundsen vuole salvare Nobile e se stesso dall’oblio, o vuole andare incontro alla tragica fine che chiuderebbe la sua parabola di avventuriero?
Non è dato saperlo. Ma quando dopo averlo salvato, comunicarono a Nobile che l’idrovolante francese Latham 47 su cui salì Roald Amundsen per andare a cercarlo da qualche parte a largo delle isole Svalbard era scomparso in mare senza mai essere ritrovato, la leggenda vuole che una lacrima di rabbia si sia ghiacciata sulla guancia del generale. E sembra quasi di vederlo, quel suo volto, quello di Amundsen e di Malmgren, e quello di tutti gli altri, segnati dal gelo e dal vento polare, senza nemmeno la possibilità di lasciar cadere una lacrima.

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