La Tempest perfetta

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Il nuovo album della poetessa del Sud di Londra è una descrizione pessimistica di come la venerazione dei brand e la vita nelle città ci rendano tutti persone guaste


Mangiare il pane, mangiare arance, mangiare le vetrine dei negozi, le scarpe, il traffico, la noia, la sveglia, il telefono a cui non ha chiamato, la sua suoneria. Stare seduti attorno a un tavolo senza avere alcunché da raccontarsi. Collezionare le fermate dei bus che tagliano fette incolori di periferia, prendere la vita modesta che ti passa sotto gli occhi per quel po’ che offre, ricacciare nel ventre la nauseabonda indisposizione retta dalle sagome e compresenze del mondo circostante. E potersi specchiare in una dignitosa e compiuta sequenza di parole grazie al talento rappresentativo di una poetessa, rapper, performer e romanziera in grado di ricostruire un ordine nel mezzo di queste vite dall’intonaco sbrecciato e scivolato via nei canali di scolo.

A tre anni da Let Them Eat Chaos, Kate Tempest ha scelto lo strumento del disco come piattaforma da malleare a uso della unidirezionalità del proprio flusso narrativo. Anche se in The Book of Traps and Lessons le note sono un tappeto praticamente indistinguibile di pianoforti lasciati a prendere polvere, le parole l’accessorio espansivo che si fa suono significante oltreché che significato, e il flow retrocesso a spoken word. In uno scenario votato alla polarizzazione del disagio relazionale, Tempest prende la comunità del Southern London come sineddoche dell’umanità impaurita, percorsa da fremiti di ribellione e sul filo di un’atomizzazione irreversibile.

L’Inghilterra che in Europe is Lost era “the land where nobody gives a fuck” (la terra in cui a nessuno frega niente), rimane la poco lusinghiera “gimme-more nation, quando vogliono qualcosa lanciano un’occupazione, saccheggiano e saccheggiano, la chiamano liberazione” (il ricorso al they, in contrapposizione al we, sarà piuttosto ricorrente come mezzo espressivo per rivendicare partigianeria e tracciare un solco compattatore tra oppressi e oppressori). Il più esclusivo pregio di questa ragazza di 34 anni, lunghi capelli biondi lasciati incolti su spalle massicce e taglie extralarge, sta nell’essere riuscita, in tutta la sua vasta e multiforme produzione artistica, ad affinare e salvaguardare il proprio affaccio sulle dinamiche di potere tra esseri umani, nel sapere in quale nicchia d’osservazione collocarsi quando si tratta di costruire un personaggio. Quella che segue è una descrizione contenuta nel romanzo The Bricks That Built The Houses, uscito in Italia sotto il titolo Le Buone Intenzioni (Frassinelli): “Becky guarda Harry e pensa che ha la fisicità di qualcuno che vuole disperatamente scappare da se stesso: si sistema di continuo ciocche di capelli ribelli o si tira i vestiti, ed è devastata dalla maledetta, vergognosa ribellione di una donna nata con tutti i pezzi che si sommano in un totale sbagliato”.

Questo è un altro esempio: “Elettrica e impetuosa, la sua sagoma sta strappando la festa come un fulmine che si biforca, incandescente e lampeggiante, brillante come la luce del sole sull’acqua che si riflette verso se stessa e si trasforma in calore. C’è fierezza in lei. Splende dorata e giallo caldo, fuoco nero, blu cruciante al suo centro. Un nuovo sole rovente e brillante”. Nel disco l’analisi si posa implacabile sul consumismo identitario, le dissociazioni innescate dalle tecnologie digitali, l’amore e il ricorso al rifugio dentro alla sacralità inviolabile del se stessi, ma il fulgore rimane lo stesso. Riusciamo i misurare la distanza tra gli oggetti con le frazioni, recita enfatica nel brano Three Sided Coin, “but the distance between people/Is a scale that we can’t balance”. E poi l’imbarazzo dei corpi soli, “push two lonelinesses toghether/and create more loneliness” in Keep Mooving Don’t Move. Le lezioni da imparare, per cui non servirà a niente quello che si è gia imparato, “”But time and time again, we find/Our lessons have returned”, e la fiducia nei volti della gente, quasi un ultimo appiglio cui aggrapparsi prima del dirupo, ” There is so much peace to be found in people’s faces”.

Tempest, che in realtà è Kate Calvert e deve il suo nome d’arte alla Tempesta scespiriana, dopo essersi laureata in letteratura inglese alla Goldsmiths University di Londra, nel 2013 decise di autopubblicare la sua prima raccolta di poesie, Everything Speaks in Its Own Way, tra le cui fonti di ispirazione già figuravano Samuel Beckett e il Wu-Tang Clan. A notarla per primo, perso tra le decine di persone nel pubblico di uno dei suoi reading, Don Peterson, poeta ed editore alla Picador, casa editrice con cui poi pubblicherà la successiva raccolta Hold Your Own, e con cui verrà nominata Next Generation Poet. Nel mezzo la vittoria del prestigioso Ted Hughes Prize per l’innovazione nel campo della poesia, grazie ad una piece di spoken word, rap e interludi musicali incentrata sul racconto di due famiglie londinesi in termini di epica greca, Brand New Ancients. Pur tacendo le due nomination al Mercury Prize, il più prestigioso premio musicale britannico, per gli album Everybody Down e Let Them Eat Chaos, e non considerando l’inserimento del romanzo di cui sopra nella lista dei bestseller stilata dal Sunday Times nel 2016, viene da chiedersi se quest’artista che ci invita a mangiare il pane, mangiare arance, mangiare le vetrine dei negozi, le scarpe, il traffico, la noia, la sveglia, il telefono a cui non ha chiamato, la sua suoneria, non ci stia suggerendo piuttosto di partire in un viaggio al termine di noi stessi, a calmierare con il peso preciso delle parole opportune quella parte che abbiamo dimenticato, storditi come siamo dalle sirene e dai clangori difettosi delle città che abitiamo pur non potendocele permettere.

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