La strada vuota, il gol di Materazzi sentito alla radio. Il mio 9 Luglio 2006

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Tredici anni fa l'Italia diventava campione del Mondo per la quarta volta. Il personalissimo ricordo di un redattore di Reporternuovo di quella giornata storica


Aspettavo quella partita da una settimana. Da tifoso, l’avevo preparata nei minimi dettagli. Dopo il pranzo dai nonni e le chiacchiere di rito nel pomeriggio, ad un’ora e mezza dal fischio d’inizio avremmo dovuto metterci in macchina e tornare a casa, a Bari, da Barletta. Invece, ad un’ora scarsa dagli inni nazionali, tutto va per il verso sbagliato. Mia nonna, da poco operata al cuore, non si sente bene e in casa non ci sono medicine. Mio padre esce a comprarle, ma c’è un problema. È domenica, inizio luglio, e l’Italia dopo 12 anni sta per giocare la finale di un Mondiale. Barletta, capoluogo di provincia con 100.000 abitanti, non è mai stata così simile al deserto dell’Arizona. Le serrande dei negozi sono chiuse, le tapparelle delle case anche e le strade sono totalmente vuote. È qui che incomincio a preoccuparmi.

I minuti passano, mio padre non torna e nonna, per fortuna, si sente un po’ meglio. La voglia di tornare a casa troppa, la consapevolezza che la partita si guarderà a 65 chilometri da casa diventa una certezza. Arriva il momento dell’entrata in campo, partono gli inni nazionali, mio padre ritorna. «Vabbè, la guardiamo qui», mi dice. Schiumo dalla rabbia, ma non posso farci niente. In salotto mio nonno, pessimista di indole, non si lascia scappare l’occasione: «Non la vedo bene». Io e mio padre ci guardiamo torvi. Nessuno dei due, scaramantici fino al midollo, ha bisogno di quell’atteggiamento. Neanche il tempo di realizzare quello che sta succedendo e assegnano un rigore alla Francia. Zidane va sul dischetto, beffa Buffon con un cucchiaio che colpisce la traversa prima di superare la linea. Una breve esultanza, «dai che l’ha sbagliato!», e invece no. Mio padre mi prende per il braccio, «ce ne dobbiamo andare», e ci mettiamo in macchina. Lì mi dice che in quella casa vide la finale del 1994, persa ai rigori con il Brasile. La scaramanzia è una cosa seria.

La strada ripropone lo stesso scenario post-apocalittico della città, i 70 chilometri volano via in meno di mezz’ora. Ci accompagna la radio, e, a pochi chilometri dalla città, Materazzi la butta di testa alle spalle di Barthez. La macchina sbanda a ritmo di clacson, nessuno se ne accorge. Sono contento, ma un po’ mi rode. Prima e dopo quell’Italia-Francia ho sempre visto tutti i minuti di tutte le partite dell’Italia ai Mondiali e agli Europei. L’unico spezzone perso è nella finale del torneo più importante. E che palle.

Entriamo in casa, ci mettiamo ai posti di sempre. Al buio, sulle sedie e non sul divano, come da tradizione. Ai supplementari Toni segna il 2-1, annullato per un fuorigioco che non c’era. Zidane si fa murare da Buffon prima di scolpire la storia sul petto di Materazzi. Si va ai rigori, Trezeguet sbaglia, i nostri no. Siamo campioni del mondo, nel buio e nella solitudine di casa io e mio padre ci buttiamo a terra in lacrime. «Te l’avevo detto che non dovevamo vederla a Barletta!», mi urla ad un certo punto. In quel momento quasi non ci ho fatto caso, ma aveva ragione. Sei anni dopo, per puro caso capitai a casa dei miei nonni anche il giorno di Italia-Spagna, finale degli Europei. «Non la vedo bene», fa mio nonno all’ingresso delle squadre in campo. Quella volta mio padre non c’era, nessuno mi venne in soccorso. La Statale 16 direzione sud era probabilmente vuota, ma non ho avuto la possibilità di attraversarla. Come andò quella partita non c’è bisogno di ricordarlo.

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