Una calciatrice contro Trump: le mille battaglie di Megan Rapinoe

epa07680787 Megan Rapinoe (R) of the USA celebrates with her teammates after scoring the 1-0 lead during the FIFA Women's World Cup 2019 quarter final soccer match between France and the USA in Paris, France, 28 June 2019.  EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Autentica stella degli Usa che hanno conquistato il quarto titolo mondiale della loro storia, ha promesso: «Non vado alla Casa Bianca»


Ha già deciso e conoscendo il personaggio c’è da crederle. «Se vinceremo il mondiale, non andrò alla Casa Bianca per la consueta visita istituzionale», parola di Megan Rapinoe, autentica star del soccer a stelle e strisce, che al politically correct ha rinunciato da tempo. Minacce supportate dal calendario, perché dopo il successo sull’Inghilterra per 2-1, le porte della finalissima si sono spalancate dinnanzi alle americane. In attesa di conoscere l’avversario – verrà fuori stasera, dall’incontro tra Svezia e Olanda – il presidente Donald Trump sbotta: «Pensi a fare il suo lavoro, ancora la Coppa non è stata conquistata».

Lei ieri non c’era, costretta ai box da un trauma muscolare, eppure non ha perso occasione per incitare dagli spalti le compagne e ribadire il proprio dissenso verso l’attuale amministrazione. Se è vero, d’altronde, che la vita scorre fuori dalle linee del rettangolo verde, meglio concentrarsi sul riconoscimento di diritti civili e parità di genere: difendere le minoranze e trasmettere attraverso il campo messaggi più importanti e profondi. Afroamericani, omosessuali: i gol passano, le battaglie restano, possono scavare solchi profondi e segnare epoche, soprattutto quando sono lanciate sotto la luce abbagliante dei riflettori e godono di illustri ambasciatori.

epa07680843 France's goalkeeper Sarah Bouhaddi (L) in action against Megan Rapinoe (R) of the USA during the FIFA Women's World Cup 2019 quarter final soccer match between France and the USA in Paris, France, 28 June 2019. EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Megan ne è consapevole e il mondiale le ha semplicemente servito su un piatto d’argento la vetrina più adatta. Trentacinque anni, capelli corti e tinti di rosa, in carriera ha alternato prestazioni d’autore e lotte da copertina, per un binomio vincente e d’antica data. Prima atleta, nel 2016, a introdurre nel calcio la protesta delle star afroamericane del football, inginocchiandosi durante l’inno nazionale, ha attirato su di sé un polverone, prestando il fianco, in egual misura, ad attestati di stima e critiche. Non si può piacere a tutti. Funziona così, purtroppo, e tocca farsene una ragione, anche adesso che in Francia non si inchina, ma rinuncia alla mano sul cuore e a cantare “The star-Spangled banner”. «Non per mancanza di rispetto verso la bandiera e i suoi valori, piuttosto per mandare un segnale».

Ai quarti di finale una sua doppietta ha piegato le padrone di casa transalpine, poi davanti alle telecamere l’ennesima dichiarazione destinata a sfociare in polemica: «Forza gay! Non puoi vincere un campionato senza gay nella tua squadra, non è mai accaduto prima. Questa è scienza! Essere gay è fantastico, durante il mese del Pride è bello». Nello spogliatoio americano, oltre Rapinoe, ce ne sono quattro: Tierna Davidson, Abriana Franch e la coppia composta da Ashlyn Harris e Ali Kriger.

epa07681013 Megan Rapinoe of the USA celebrates after scoring the 2-0 lead during the FIFA Women's World Cup 2019 quarter final soccer match between France and the USA in Paris, France, 28 June 2019. EPA/IAN LANGSDON
La compagna di Megan, Sue Bird, invece gioca a pallacanestro e tanto per cambiare è una colonna della nazionale. Insieme hanno posato per la copertina della rivista Body Issue di Espn Magazine, sdoganando un altro tabù: nessuna coppia omosessuale lo aveva mai fatto. Soprattutto, però, in due hanno collezionato cinque ori olimpici e altrettanti titoli mondiali. Donald Trump è avvisato.

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