Addio a Lee Iacocca, l’uomo che sussurrava ai cavalli americani

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Storico manager di Ford e Chrysler, che riuscirà a salvare dal fallimento, a lui si devono icone Yankee come la Ford Mustang e la Jeep Grand Cherokee


Lido Antony Iacocca (questo il nome per esteso) non era un capitano d’industria come gli altri. Come molti top manager era laureato a Princeton e il suo nome è legato a grandi operazioni finanziarie, tra cui il salvataggio di Chrysler negli anni ’80. È stato accostato ad un Sergio Marchionne ante-litteram, per via delle sue origine italiane (Iacocca era figlio di immigrati provenienti dalla provincia di Benevento) e della sua abilità nel risanare i conti di un’istituzione dell’automotive. Ma la differenza, quando si parla di personaggi legati ai motori, la fanno ovviamente le automobili. Se nel caso di Marchionne la “sua” auto è e sarà sempre la Fiat 500, l’eredità spirituale di Iacocca è racchiusa in una macchina folle e iconica, che porta il nome e il vessillo di un cavallo selvaggio utilizzato dagli indiani: la Ford Mustang. Un’auto da cowboy più che da capitano d’industria. Ha ispirato milioni di americani a lanciarsi nuovamente sulle Interstate rispolverando il mito della vita on the road, ma per molti è stata anche il simbolo dell’adolescenza passata tra le serate al drive-in e gli ‘spari’ sulle strade deserte di una periferia del Midwest. È così che la voleva Lee Iacocca: mossa da un V8 baritonale e infarcita di cavalli americani, un simbolo di libertà per una generazione inquieta; ed è da quest’auto che bisogna partire per capire il personaggio.

Nato 94 anni fa ad Allentown (Pennsylvania) da Nicola Iacocca e Antonietta Perrotta, Lee non è mai stato un manager che si occupava di automobili. Piuttosto, era un ‘impallinato’, un appassionato di auto in giacca e cravatta, quello che gli americani racchiudono in un’espressione difficilmente traducibile: un ‘car guy’. Iacocca entra in Ford nel 1946 e dopo una breve esperienza come ingegnere, viene inviato al settore vendita e marketing. Rimarrà al colosso di Dearborn per trentadue anni e scalerà gradualmente tutte le posizioni: nel 1960 diviene general manager e vicepresidente della compagnia e cura personalmente la realizzazione di auto come la Mustang, la Fiesta e la Lincoln Continental Mark III. È nominato presidente della casa nel 1970, ma i suoi modi decisi e poco diplomatici lo portano ad entrare in conflitto con Henry Ford II, che lo licenzia nel 1978.

Dopo la batosta con Ford, Iacocca viene chiamato alla Chrysler per salvare dal fallimento il terzo costruttore americano. Accetta la sfida e nel 1979 apre la sua presidenza del gruppo di Auburn Hills con un gesto alla Iacocca: riducendo il proprio stipendio alla cifra simbolica di un dollaro all’ anno. La Chrysler era stata colpita più duramente di altri marchi dalla crisi petrolifera, Iacocca si concentra quindi sulla progettazione di auto più efficienti dal punto di vista dei consumi e riduce drasticamente le spese della casa automobilistica, costringendo i sindacati ad accettare tagli agli stipendi e chiusure di interi stabilimenti. Riesce anche a strappare un prestito federale di un miliardo e mezzo, in tempi in cui l’intervento statale nell’economia era visto con sospetto oltreoceano, convincendo il Congresso della necessità di aiutare l’industria automobilistica nazionale fortemente depressa. La sua presidenza di Chrysler fu caratterizzata da un alto grado di personalizzazione, al punto che Iacocca decise di mettere il suo volto persino all’interno di alcuni spot dell’azienda, come quello con lo slogan The pride is back (“L’orgoglio è tornato”) per rimarcare la profonda ristrutturazione dell’azienda, o il più celebre If you can find a better car, buy it (“Se riuscite a trovare un’auto migliore, compratela”).

Prima di salutare il mondo dell’automotive dopo 46 anni, Iacocca battezzerà un’altra auto divenuta un simbolo Yankee famoso in tutto il mondo: la Jeep Grand Cherokee. Ancora una volta, un nome che profuma di Far West. D’altronde, all’inizio e alla fine della carriera di un cowboy non possono che esserci gli indiani. E a dirlo è lui stesso nel 1993, quando cede la poltrona di presidente della Chrysler a Robert Eaton: “Nessuno può essere un cowboy per tutta la vita, neanche io”.

 

 

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