Roma Liberata e il nuovo risorgimento

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Romagnoli che cantano “Pecché me staje appennenn’ amo’, led disinvolti e prosecuzioni dell’ideale dazegliano. Cosa abbiamo visto al concerto dell’artista napoletano senza volto all’Ippodromo delle Capannelle


Quasi tutti, dopo il concerto di sabato al Rock in Roma, hanno dovuto constatare, per questioni di ubiquità, che Liberato non è Livio Cori. Eppure la stessa percentuale di interessati ha colpevolmente sottaciuto un ulteriore sollievo: l’esclusione per via altrettanto deduttiva di quella possibilità marginale che il trio presentatosi sul palco con lo stesso identico outfit felpato e la bandana sopra le cavità orali a velarne l’identità, potesse essere Il Volo (in quel momento i tenorini ingolfavano di gorgogli la piazza di Palmanova, ne portano conferma le vivaci cronache del triveneto, ci fidiamo). E così, con quell’epica blasè per cui anche “Bella Ciao” finisce per fare da colonna sonora al saccheggio prolungato di una zecca di Stato, Roma è stata “liberata” e la mappa di questo Comitato di Liberazione Musicale ora non aspetta altro che arricchirsi di nuove tappe di resistenza collettiva, ogni città con il suo carico emotivo specifico.

Liberato, protetto da una griglia semovente in piena regolarità Williamsburg, su cui si stendono i giochi di luce, distorsioni liquide di tonalità fluo, provenienti dai pannelli tutt’attorno, si posiziona entro un semicerchio ai cui estremi ci sono una tastiera a due piani e un set di percussioni elettroniche. I due musicisti che lo accompagnano sono, come detto, la sua controfigura e ne completano il ritmo circadiano sul palco (si sbracciano e si muovono ed enfatizzano il battito sui pad posti innanzi). Traseme ‘mpietto n’ata vota cu sta appocundria/Puort rispiett’ Chesta è storia, nun è geografia cantano in coro le migliaia di partecipanti a questa messa laica, e anche presa per buona una percentuale di meridionali che oscilli oltre il 70% dei presenti (moltissimi provenienti dalla stessa area geografica del loro beniamino, li si riconosce dalla perfetta corrispondenza nella dialettica tra proscenio e folla), non può non risaltare agli occhi come non si sottraggano al cantato vernacolare nemmeno quelle voci caratterizzate dai suoni più cavernosi e gutturali della bassa Padania come delle grandi città laboriose del nord. Adesso, a 158 anni dall’unità d’Italia, che nella decrittazione, riformulazione e pubblicistica del malcontento affettuoso, un ragazzo di Aosta parli per bocca di chi a quei sentimenti ha accostato la definizione dell’appocundria (accanto a bye bye piccirè, je t’appelle après), mi sembra una prova muscolare di egemonia culturale, il sintomo di un nuovo risorgimento, quasi il completamento dell’ossequio dazegliano secondo cui, fatta l’Italia, andavano fatti gli italiani. E Liberato, sgombrando ogni ostacolo di comprensione oltre il suo stretto significato letterale, dalla tamurriata di “Nunn’a voglio ‘ncuntrà” (Tu me vas’ a Materdei tutt’a un tratto sembra il verso più intellegibile della lingua italiana), al plurilinguismo di “Oi Marì” (Song ‘nu ‘guapp ‘e carton, me crir/Mi pricesa, nun fa accussì/Me ‘ngatstat rint’ a ‘nu suspir/Mmiezz’ a’ vij allucc: Stand by me) pare esserci riuscito.

Pur limitando al minimo le interazioni con il pubblico (levàt sti cellular, stanott avita ballà introduce, quant cazz si bell Roma saluta), il suo è un rapporto simbiotico cucito su un abito dalle intro elaborate, i rifacimenti abbozzati (“Tamurriata nera” e “Bad Girls”), il tipico bilanciamento del bianco sulle sonorità raeggetton ed elettroniche. Su Niente i pannelli virano al porpora per l’unica vera ballata del disco, Gaiola Portafortuna scatena gli istinti da Curva B, ma è con Nove Maggio e Tu t’è scurdat e me che la liberazione si compie, il rito volge al termine, lo schermo rettangolare riscende a serrare il palco. E tutti intorno stanno già tirando una lunga boccata che pare di sollievo e resurrezione.

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