Chernobyl, la vera storia dei protagonisti della serie

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La terza puntata dello show co-prodotto da Sky ed Hbo andrà in onda stasera alle 21


Alla fine della seconda puntata di Chernobyl, il dirigente sovietico Boris Schcerbina chiede a tre volontari di farsi avanti per entrare nella centrale, svuotare manualmente i serbatoi dell’acqua ed evitare così una seconda esplosione. In ballo non c’è soltanto la sopravvivenza della città di Prypiat, ma il destino di milioni di persone dentro e fuori l’Unione Sovietica. Il primo a proporsi, dopo un serrato botta e risposta tra Schcerbina, operai e ingegneri, è Alexei Ananenko, poi seguito da Valerij Bezpalov e Boris Baranov.

La terza puntata, in onda stasera alle 21, dovrebbe rivelare i destini dei tre, mandati in una missione suicida ma fondamentale. Nel caso di Chernobyl, però, la storia è il più grande degli spoiler, e il loro futuro è scritto nelle pagine dedicate alla tragedia nucleare. Ananenko e Balanov sono ancora vivi, mentre Bezpalov è morto nel 2005 per un infarto, a quasi vent’anni dall’esplosione del reattore numero 4. Ananenko oggi ha 59 anni, e nonostante il ruolo vitale svolto nelle operazioni di messa in sicurezza dell’area rifiuta di farsi chiamare “eroe”. «Ho solo fatto il mio lavoro, mi fu ordinato di svuotare le piscine e ho ubbidito», ha detto recentemente in un’intervista al Daily Mail. L’ex ingegnere ha anche rivelato che, adesso, vive con una modesta pensione di 369 euro al mese.


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Alexei Ananenko, Valeri Bezpalov, Boris Baranov. Thank you. #ChernobylHBO

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Una menzione a parte la meritano Boris Schcerbina e Valerij Legasov, nella serie – e nella realtà –organizzatori delle operazioni di salvataggio con l’avvallo del Segretario Generale del Partito Comunista sovietico, Michail Gorbaciov. Scherbina, all’epoca cinquantenne vicepresidente del Consiglio dei Ministri, si trovò a gestire, negli ultimi anni di vita, due tra i più rilevanti disastri della storia dell’Urss. Oltre a Chernobyl, infatti, si occupò del terremoto armeno del 1988 che causò non meno di 25.000 vittime. Anche in quell’occasione preoccuparono le condizioni di una centrale nucleare, quella di Metsamor, che fortunatamente non riportò danni. Per precauzione, ancora scottate dall’esperienza ucraina, le autorità sovietiche chiusero l’impianto per alcuni anni, danneggiando però l’approvvigionamento energetico nella regione. Schcerbina morì due anni dopo, nel 1990. Ufficialmente non si sa se le radiazioni ne causarono il decesso: nel 1988 il governo di Mosca impedì ai dottori di inserire le radiazioni come causa di morte o malattia. Il suo lavoro però non è mai stato dimenticato: nella città armena di Gyumri una strada porta il suo nome e a Tyumen, in Ucraina, gli è stata dedicata una statua nel 2004.

Il destino di Legasov è invece noto a chi ha visto la prima puntata della serie. Due anni dopo il disastro, frustrato dal comportamento delle autorità che gli impedirono di dire la verità, il chimico si impiccò in casa dopo aver registrato delle audiocassette con la sua versione dei fatti. In particolare, nel suo rapporto conclusivo Legasov aveva evidenziato le carenze strutturali della centrale come prima causa dell’esplosione. Una versione sgradita al Partito, che manipolò le sue parole insistendo sull’errore umano. La versione rivista del suo rapporto fu enunciata dallo stesso Legasov davanti all’Agenzia internazionale per l’energia atomica a Vienna. Nei nastri, il chimico rivelò che il governo era ben consapevole dei difetti della centrale e che gli fu imposta una severa censura sulle vere cause dell’esplosione. Il suo suicidio, che destò scalpore nell’Urss, spinse il governo ad ammettere i problemi strutturali dell’impianto. Nel 1996 il presidente russo Boris Yeltsin gli conferì – postumo – il titolo di Eroe della Federazione russa per il coraggio e l’eroismo mostrati.

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