Greta lascia la scuola. Che ne pensano i diretti interessati?

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Il ritiro per un anno dai banchi di scuola di Greta Thunberg ha avviato un dibattito mondiale. 12 mesi in cui porterà la sua voce fino all’interno dei più famosi palazzi di potere: prima a New York e poi alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite prevista in Cile a dicembre


Greta Thunberg ha deciso: lascia la scuola per un anno. 365 giorni lontana dai compiti e interrogazioni per dedicarsi al salvataggio del pianeta e al risveglio del sonno dei potenti. 12 mesi in cui porterà la sua voce fino all’interno dei più famosi palazzi di potere: prima a New York al summit sul clima, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, e poi alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite prevista in Cile a dicembre. Una scelta voluta dalla ragazzina e dal suo entourage proprio per meglio affrontare l’anno che verrà e che appare decisivo per le sorti del pianeta.

Ma, come ormai siamo abituati quando il ciclone Greta tocca terra e si abbatte sull’opinione pubblica, il ritiro temporaneo dai banchi di scuola ha avviato un dibattito mondiale. C’è chi stima la ragazzina incondizionatamente, chi ne accetta i propositi anche se non li condivide e chi invece rifiuta in toto la sua azione e la critica aspramente. Greta è tutto questo: tutto e il contrario di tutto, come direbbe la poetessa Emily Dickinson.

Capace di smuovere coscienze di milioni di adolescenti e al contempo, suo malgrado, di attirare su di sé qualsivoglia giudizio negativo, fino a finire per essere identificata nel ventriloquo nelle mani di una potente lobby radical chic che pensa più ad arricchirsi che a salvare il pianeta.  Spiegare la sua figura non è semplice e per farlo bisogna innanzitutto analizzare cosa spinge un adolescente, meno famoso e popolare della sorella “maggiore” svedese, a fare il volontario e a dedicare una grossa fetta della propria quotidianità a favore della lotta per il pianeta.

Essere una volontaria

 

«Ho fatto attività sin da piccola, a partire dagli scout e dal primo contatto con la natura. Durante la mia adolescenza ho frequentato alcune associazioni ambientaliste. Ho fatto volontariato nei canili, nei gattili. Ho sempre sentito l’esigenza di dovere fare qualcosa in più». Per Giulia Sciurba, volontaria 26enne del circolo palermitano di Legambiente, la difesa del pianeta è al primo posto. Mentre i suoi coetanei pensano al mare, allo sport o ad altro, Giulia è al lavoro sul territorio come volontaria. Anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, la giovane ha così sperimentato sulla propria pelle quanto siano importanti le tematiche ambientali e ambientaliste.

L’incontro con l’associazione è avvenuto per caso, un miracolo dell’era digitale: «Un giorno ho notato su Facebook un post di Legambiente in cui il circolo ricercava volontari per pulire una spiaggia. Ho fatto un pre-incontro, ho avuto modo di confrontarmi con loro e in seguito sono diventata una volontaria a tutti gli effetti. Quest’anno, in più, ho iniziato il servizio civile, sempre con Legambiente, e collaboro sia localmente che su tutto il territorio regionale». Un’esperienza totalizzante che influisce in maniera considerevole sulla sua vita. «Quando mi trovo a dovere scegliere, scelgo sempre il volontariato. È una scelta assolutamente personale. Facendo anche il servizio civile, ho degli obblighi – dalle 6 alle 8 ore al giorno in sede – e il volontariato occupa anche il weekend e l’estate».

Volontaria anche d’estate

 

Sì, perché mentre gli altri vanno in vacanza, Giulia e Legambiente non si fermano. «Facciamo i campi di volontariato. Lo scorso anno siamo stati a Lampedusa dove dovevo fare solo dieci giorni – il tempo di un campo – ma alla fine sono rimasta per quasi un mese». Pensare a salvare il mondo non è solo fare campagne di diffusione e sensibilizzazione. È un mondo in cui la pulizia del litorale lampedusano è parte di un processo più grande e dai risvolti nazionali.

«A Lampedusa abbiamo portato avanti il monitoraggio del “beach litter”. Delimitavamo un transetto di un’area specifica, stilavamo una lista di rifiuti catalogati per tipologia e sottocategorie e quantificavamo quanti rifiuti e quali erano presenti. Quest’attività serve a tantissime cose; ad esempio come successo con i Cotton Fioc. Sono stati banditi proprio grazie anche al fatto che Legambiente ha raccolto e presentati questi dati. Oggi i cotton fioc sono biodegradabili ed è stato fatto un grosso passo avanti». Fatte queste premesse, il pensiero della volontaria riguardo la sedicenne Greta e la sua decisione di lasciare la scuola è una vera difesa agli intenti dell’attivista più famosa al mondo. «Io non posso giudicarla. Per me è un modello. Quando facciamo educazione ambientale nelle scuole, parliamo spesso di Greta e vedo i ragazzi e i bambini entusiasti. A mio parere ha dato un input in più a tanti giovani che avevano voglia di avvicinarsi a queste tematiche ma si sentivano scoraggiati».

Essere educatrice

 

Essere volontari aiuta di certo a capire le ragioni che spingono milioni di giovani a protestare per le strade di tutto il mondo. Essere un educatore potrebbe invece aiutare a ispezionare le possibili contraddizioni che convivono all’interno dell’esplosione del nuovo movimento studentesco in veste green. Ma prima di capirne le motivazioni, giusto chiedersi se il proposito di lasciare la scuola, seppur temporaneamente, sia condivisibile agli occhi di una docente.

«Da educatrice penso che la scuola non andrebbe mai lasciata. Nonostante le giuste motivazioni, il danno temporale che potrebbe creare a sé stessa non è indifferente. Non vorrei poi che Greta venisse fagocitata dal suo stesso personaggio e da questa scelta estrema. Il punto di partenza è naturalmente ottimo: è riuscita a catalizzare l’attenzione di molti suoi coetanei su un problema che prima era molto poco popolare. Il processo di interiorizzazione di queste problematiche – sia per Greta che per il resto dei giovani – temo debba essere più lento e diverso».

Perché nonostante il successo delle proteste nate sulla scia di Greta, permangono delle contraddizioni insite ai giovani. Ce lo dice Letizia Sidoti, docente del Liceo “Regina Margherita” di Palermo e impegnata da anni nella diffusione delle tematiche ambientali e nella sensibilizzazione su questi temi di centinaia di studenti palermitani e non.

L’idea di lasciare la scuola e i nuovi strumenti

 

«Non penso che l’idea di lasciare la scuola sia una cosa buona e imitabile. Seguire degli ideali sull’onda della moda del momento è un rischio e non equivale al valore delle basi civiche su cui sono nate le manifestazioni studentesche. Certe forme di protesta estrema potevano andare molti anni fa, mentre oggi si hanno tantissimi strumenti per veicolare il tuo messaggio. Nell’era digitale quando qualunque cosa si scrive, si sa, arriva».

Cosa è cambiato nelle aule degli istituti italiani grazia al fenomeno svedese? «I ragazzi sono più partecipi, soprattutto a causa anche degli ultimi momenti difficili vissuti dalla nostra società – a partire da alluvioni a finire agli altri eventi climatici devastanti. È aumentata la consapevolezza ma anche la paura del pericolo, prima spesso sottovalutata».

Servono nuovi strumenti per attrarre i giovani alla salvaguardia del pianeta? Certamente sì. Quali? «Si dovrebbe pensare a una nuova materia. Anche solo di due ore settimanali. A colpi di mantra, potremmo educare i ragazzi al rispetto verso l’ambiente. Alla fine delle lezioni abbiamo capito che il nocciolo della questione è sostanzialmente civile e morale; non siamo abbastanza civilizzati e non capiamo che culturalmente siamo molto indietro».

Il punto di vista dell’esperta

La sua decisione di fare armi e bagagli e di lasciare la scuola per un anno, ha dato il via quindi ad uno scontro ideologico in cui l’opinione pubblica appare spaccata. «La scuola è una tappa fondamentale dell’adolescenza. È pur vero che esiste caso e caso. Questo sarebbe lontano da situazioni più delicate come in quelle in cui un adolescente vive una crisi di identità o un profondo disagio e viene bocciato. Perdere un anno a 16 anni non è una cosa così grave rispetto a quando si è più piccoli e abbiamo bisogno di basi più solide» tiene a chiarire sin da subito la dottoressa Maria Pina Orlando, esperta psicologa e psicoterapeuta romana.

Specialista di età dello sviluppo e adolescenza che ci aiuta a capire in prima battuta il perché Greta sia diventata una fonte enorme di ispirazione. «I ragazzi avranno sempre bisogno di un modello a cui ispirarsi. È proprio l’adolescenza che comporta questo bisogno di avere modelli da rifiutare e quindi da rivoluzionare, o a cui ispirarsi». Un atteggiamento quello dei giovani in netta controtendenza con i dati passati, che raccontavano un elevato disinteresse sociale dei giovani, sempre più concentrati su nuove forme narcisistiche, sull’immagine, sull’apparenza e sui social.

Un nuovo sessantotto

 

«E’ un nuovo 68, dagli ideali sociali molto forti basati su una rivoluzione culturale importante perché è innegabile il fatto che il pianeta sia alla deriva. C’è una motivazione sociale molto forte». È questo quello che bisogna tenere a mente quando si parla di Greta e del nuovo movimento giovanile. E dovrebbero pensarci su soprattutto i più critici dell’attivista svedese, il mondo degli adulti.

«Questo atteggiamento rifiutante degli adulti ha due chiavi di letture. C’è sempre stata la tendenza a non dare credito a queste iniziative da parte degli adulti. Se pensiamo al 68, sappiamo che ha portato grandi conquiste ma anche allora i più grandi avevano la tendenza a denigrare le posizioni dei “giovani adulti” che volevano cambiare il mondo. La seconda chiave di lettura è un po’ più complessa: questa situazione non dovrebbe avere colore e schieramenti, ma anche qui si creano delle faziosità, come ad esempio Destra contro sinistra». Sostanzialmente «c’è una doppia difficoltà da parte dell’adulto a credere che un ragazzo possa avere delle idee importanti, impegnative. Quasi come gli fosse tolto il merito dell’essere adulto e della possibilità di decidere”; in fondo “l’adulto ha bisogno di sapere che il suo trono non sia usurpato».

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