W-Series, il campionato che vuole portare le donne in Formula Uno

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E' in corso la prima stagione della W-Series, un trofeo monomarca dedicato esclusivamente alle donne. L'obiettivo? incoraggiare la partecipazione femminile nel motorsport


Agli albori della storia dell’automobile c’è una donna. Era il 1888, epoca di pionieri e inventori, e in una piccola officina di Mannheim Karl Benz aveva ultimato la Motorwagen, un veicolo a tra ruote considerato la prima automobile mai costruita. Benz, tuttavia, non credeva che la sua invenzione potesse avere un futuro commerciale, in quanto dubitava che la Motorwagen fosse in grado di compiere lunghi spostamenti. Fu la moglie, Bertha Ringer, a dimostrare al marito e al mondo intero che quello strano trabiccolo, alimentato con una pozione usata per smacchiare i vestiti, avrebbe potuto cambiare il modo di concepire gli spostamenti. Bertha rubò uno dei tre prototipi e con i suoi figli intraprese un lungo e memorabile viaggio all’insaputa del marito. Guidò per 104 chilometri fino a Pforzheim per andare a trovare la madre, lasciando a Karl un biglietto con su scritto solamente: “Andiamo a trovare la nonna”. Fu il primo viaggio automobilistico, quello che rivelò le potenzialità dell’auto come mezzo di trasporto. Nonostante la prima automobilista della storia sia una donna, al giorno d’oggi nel motorsport, la massima espressione del mondo dei motori, il numero di donne pilota si conta sulle dita di una mano. Per incoraggiare la partecipazione femminile alle corse è stata creata la W-Series, un campionato monomarca di vetture a ruote scoperte dedicata esclusivamente alle donne.

Partita nell’ottobre del 2018, la prima stagione della W-Series mira a dare a 20 ragazze la possibilità di correre con delle monoposto di Formula 3 nei tracciati più rinomati del mondo, come Hockenheim, Zolder, Misano, Norisring, Assen e Brands Hatch. A metà tra un campionato automobilistico e un talent show, l’iscrizione alla W-Series è gratuita e per prendervi parte bisogna superare una dura selezione, a cui fa seguito una fase di affinamento alla guida gestita da esperti del settore. Una volta terminato il training inizia il campionato vero e proprio, che si corre con auto identiche, in modo da far emergere la pilota più talentuosa e non quella con le maggiori disponibilità economiche e la migliore vettura. Oltre alla chance di mettersi in mostra, le ragazze che otterranno i risultati migliori potranno beneficiare anche di un montepremi complessivo di 1.5 milioni di dollari, un terzo del quale verrà assegnato alla vincitrice della stagione. “Il nostro obiettivo è quello di dare una scossa al mondo dei motori, superare gli stereotipi e cambiare letteralmente la faccia del motorsport – affermano gli organizzatori sul sito internet dedicato al campionato. Crediamo fermamente che le donne potrebbero gareggiare alla pari con gli uomini, qualora avessero le loro stesse opportunità. In tempi in cui gli sport femminili stanno crescendo esponenzialmente, ci sono meno donne impegnate ai massimi livelli nelle gare automobilistiche rispetto a 10 anni fa. Sono passati oltre 40 anni da quando una pilota ha preso parte ad una gara di Formula Uno e, a meno che qualcuno non intervenga, potrebbero passarne altri 40 prima che una donna possa avere la preparazione e l’esperienza necessarie per gareggiare nuovamente in un Gran Premio. Bisogna intervenire per mutare la situazione e la W-Series può dare la spinta necessaria ad avviare questo cambiamento”.

Qualcuno potrebbe domandarsi quale sia l’utilità di una categoria esclusivamente femminile, dal momento che – a livello formale – non è vi è alcun ostacolo alla partecipazione delle donne nelle massime categorie del motorsport. La realtà, tuttavia, ci restituisce una situazione molto diversa. In 68 anni di storia della Formula Uno si sono disputati circa 1000 Gran Premi, che hanno visto la partecipazione di oltre 900 piloti, di cui soltanto due donne, entrambe italiane. Maria Teresa De Filippis, nel 1958, fu la prima donna al mondo a gareggiare nella massima categoria. Prese parte a 4 Gran Premi con la Maserati. La seconda donna a prendere parte ad una Gp, nonché unica ad andare a punti, fu Lella Lombardiche nel 1975 guadagnò un sesto posto nel Gran Premio di Spagna. Tra il 1974 e il 1976 la Lombardi si iscrisse a 17 Gran Premi, riuscendo a prendere il via 12 volte, a bordo prima di una Brabham e poi di una March. Dopo di lei altre tre donne tentarono l’avventura in Formula 1 senza però passare la fase di qualificazione: l’ultima fu ancora un’italiana, Giovanna Amati, che nel 1992 cercò di prendere il via a tre Gp su Brabham. Nell’epoca moderna della Formula Uno l’unica presenza femminile è quella della colombiana Tatiana Calderòn, collaudatrice dell’Alfa Romeo Racing, che corre in Formula 2 per il team Arden.

Gli organizzatori della W-Series, tra cui c’è anche l’ex-pilota scozzese della McLaren David Coulthard, hanno pochi dubbi su quali siano le cause della scarsa presenza femminile: “La Formula Uno è il tetto del motorsport mondiale, ed è incredibilmente difficile arrivarvi anche per gli uomini. Nel 2015 Toto Wolff, direttore esecutivo della Mercedes, ha stimato in 8 milioni l’investimento necessario per portare un giovane pilota in Formula 1 partendo dal karting. Una somma di denaro impossibile da mettere assieme senza uno sponsor, e va da sé che la storica assenza di talenti femminili in Formula 1 rende ancora più complicato per una donna trovare uno sponsor disposto a credere in lei. La scienza ha ormai chiarito che non vi sono fattori fisici, biologici o ormonali che impediscono alle donne di raggiungere le stesse prestazioni degli attuali top-driver. Non tutti gli uomini sono veloci come Lewis Hamilton o Sebastian Vettel, e ovviamente non possiamo aspettarci che la migliore pilota della W-Series riesca a dimostrarsi tanto brillante quanto due pluri-campioni del mondo di Formula 1. E’ troppo presto per affermare una cosa del genere. Tuttavia, noi crediamo che le campionesse della W-Series saranno in grado di competere con la maggior parte dei colleghi maschi in Formula 2 e, successivamente, in Formula 1. Siamo solo all’inizio di un percorso molto lungo, ma con la pratica, l’esperienza e la forza di volontà siamo sicuri che le nostre campionesse potranno arrivare lontano”.

Il dibattito su quale sia il modo migliore per aprire alle donne il mondo dei motori dura ormai da anni. Non tutti sono d’accordo sull’opportunità di avere una categoria esclusivamente femminile, in quanto questa soluzione ammetterebbe implicitamente una situazione svantaggiata per le donne tale da rendere necessario un corridoio particolareggiato. Contro l’idea di tutelare la presenza femminile nel motorsport tramite una sorta di ricorso alle ‘quote rosa’ si è espressa Susie Wolff, ex collaudatrice in Formula Uno per la Williams. “Della W Series penso che di positivo ci sia il fatto che 18 donne gareggino, ma è come se venissero private della possibilità di correre liberamente e di confrontarsi con gli uomini – ha affermato la Wolff, attuale responsabile del team Venturi di Formula E -. Credo che sia questo il limite più grande; se vuoi essere un pilota di successo devi competere contro i più bravi al mondo. Non basta essere il miglior pilota uomo o donna, è necessario avere soprattutto talento. Per questo non dovrebbe esserci distinzione fra campionato maschile e femminile: il motorsport non è isolamento. Non si possono esiliare le ragazze in un trofeo a se stante e poi pretendere che la vincitrice possa farsi strada in un campionato misto senza alcuna difficoltà”.

La W-Series è una categoria femminile sui generis, in quanto il suo scopo non è solo quello di dare vita ad una competizione alla pari tra donne. Piuttosto, si tratta di un campionato finalizzato a fornire alle pilotesse delle capacità tecniche e finanziarie tali da permettere il loro inserimento nelle principali categorie mondiali, al fianco degli uomini. Le corse automobilistiche hanno tutto il potenziale per essere uno dei pochi sport veramente paritari, dal momento che la forza fisica non è che una delle tante variabili, e di certo non quella determinante. A differenza di calcio o pallavolo, nelle corse contano soprattutto fattori come l’abilità di guida, la capacità di concentrazione, il coraggio, la determinazione; qualità psicologiche e comportamentali in cui le donne spesso eccellono. Da un punto di vista meramente fisico, la resistenza femminile a stress e sollecitazioni – intense soprattutto in F1 e nelle gare di endurance – è inferiore rispetto a quella degli uomini, ma si tratta di un gap che, ai fini del motorsport, è facilmente colmabile con una maggiore quantità di allenamento. E allora, perché le corse sono da sempre un’occupazione meramente maschile? Secondo gli ideatori della W-Series, per mancanza di precedenti virtuosi. In tal senso, l’importante sarebbe prendere l’iniziativa e rompere finalmente il muro dell’inerzia, dimostrare ai team e agli sponsor che possono esserci donne in grado di conquistare un campionato di Formula 2, di F1 o di qualsiasi altra categoria.

Tuttavia, non possiamo ignorare che la questione assume connotati decisamente più ampi. Ancora prima dell’assenza di esempi virtuosi, la scarsa presenza di donne nel motorsport è dovuta ad un fattore culturale. Sono le donne stesse a disinteressarsi alle gare automobilistiche e a non credere nella possibilità di trovarvi uno sbocco, in quanto guidare un’auto da corsa è stata sempre considerata un’attività sconveniente perché sinonimo di emancipazione. A scoraggiare le donne dal cimentarsi nelle corse sono stati i retaggi di una società patriarcale, che per decenni ha denigrato qualunque tentativo femminile di avvicinarsi alle gare automobilistiche, etichettandolo come un gesto sovversivo. Dovremmo tutti auspicarci di vedere più donne la domenica sulle griglie di partenza dei nostri autodromi, e non come ‘ombrelline’ ma all’interno degli abitacoli. Sarebbe un piccolo segnale, che andrebbe nella direzione di una società più giusta ed egualitaria. Stereotipi e preconcetti non si sconfiggono dall’oggi al domani, ma avere uno sport più equo e aperto potrebbe essere un’ottima partenza per cambiare la mentalità. Una partenza in pole-position.

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