Forza Italia cerca di risorgere dopo Silvio

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Sono 5 milioni i voti persi in sei anni. Berlusconi nomina Toti e Carfagna coordinatori del partito e apre alle primarie al Comitato del 13 luglio. La leadership del capo, intoccabile per 25 anni, potrebbe essere messa in discussione


«L’Italia è il Paese che amo». 26 gennaio 1994, con un filmato in cassetta distribuito a giornali e tv Silvio Berlusconi annuncia la sua discesa in campo alle elezioni di qualche mese più tardi. 25 anni dopo arriva forse la prima grande rivoluzione di Forza Italia. L’ex Cavaliere nomina nuovi coordinatori del partito la vicepresidente della Camera Mara Carfagna e il governatore della Liguria Giovanni Toti. Berlusconi apre anche all’«opportunità di indire ampie consultazioni popolari in ordine alle cariche elettive», affermazione quasi rivoluzionaria in casa Forza Italia, che non ha mai visto qualcosa che somigli a delle primarie. Il 13 luglio, data di riunione del Comitato di Forza Italia, dovrebbero arrivare delle novità.

Lo stillicidio azzurro

Le elezioni del 26 maggio scorso non sono state che l’ennesimo sintomo della malattia che affligge Forza Italia, che sta attraversando il momento più critico della sua storia. Dal 2013, anno della condanna definitiva per frode fiscale per Silvio Berlusconi poi per questo decaduto da senatore, il partito-azienda ha continuato a perdere voti, finendo soppiantato dalla Lega salviniana.

Le ragioni di questo lento stillicidio sono varie. Dall’assenza dell’uomo di Arcore dalla scena politica al cambiamento dei bisogni dell’elettorato, bisogni che l’attuale ministro dell’Interno ha saputo intercettare meglio di Berlusconi.

È difficile pensare che i problemi giudiziari di Berlusconi e del cofondatore del partito Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa e nel 2018 in primo grado nel processo Trattativa per minaccia a corpo dello Stato, abbiano intaccato lo zoccolo duro dell’elettorato azzurro. Le questioni giudiziarie di Berlusconi hanno iniziato a essere note all’opinione pubblica già nel 2001 e l’uomo di Arcore è riuscito a diventare presidente del Consiglio altre due volte.

Progetti di governo?

Una rinascita di Forza Italia, magari con un leader meno ingombrante e meno accentratore di Silvio Berlusconi, potrebbe significare un incentivo per il segretario del Carroccio per tornare in casa centrodestra, magari da presidente del Consiglio. Ma l’eventuale successore dell’ex Cavaliere dovrà rassegnarsi a fare da stampella alla Lega, visto l’inversione degli equilibri all’interno della potenziale coalizione.

Silvio Berlusconi non può, forse geneticamente, fare da spalla a un protagonista diverso da se stesso. Basti ricordare le consultazioni al Quirinale l’anno scorso, con Matteo Salvini che parlava ai giornalisti e l’ex Cavaliere che contava con le dita e ripeteva con il labiale quello che diceva il leader leghista. L’uomo che, per usare le sue parole, in quanto a riforme «solo Napoleone aveva fatto di più» (Berlusconi, Matrix, 10 febbraio 2006), sta iniziando – a quasi 83 anni – a mettere in discussione la propria leadership assoluta all’interno del partito.

I delfini sepolti

Bisogna ammettere che in questi 25 anni il «Gesù Cristo della politica» (come si è autodefinito ad Ancona il 12 febbraio 2006) ha più volte cercato un erede, ovviamente scegliendolo lui medesimo. Il 14 aprile 2011, per esempio, Berlusconi è sicuro: «Nel 2013 tocca ad Alfano», un anno dopo (23 maggio 2012) è di opinione leggermente diversa: Alfano «purtroppo non esiste. Ci sono solo io. Solo io posso salvare. Solo io posso candidarmi come leader».

Prima dell’ex ministro dell’Interno e degli Esteri, era stato il turno di Gianfranco Fini. L’ex leader di An è passato da «Se fossi chiamato a scegliere il sindaco di Roma non avrei un attimo d’esitazione: sceglierei Fini, perché è l’esponente che raggruppa quell’area moderata che se unita può garantire uno sviluppo del Paese» (24 novembre 1993) a lui e Pierferdinando Casini che sono «le due più grandi delusioni» della vita politica dell’ex Cavaliere, «persone orride, anche peggio, orridissime» (18 dicembre 2012).

Le questioni giudiziarie

Se da una parte i problemi di Silvio Berlusconi con la giustizia (36 procedimenti, con una sola condanna definitiva nel 2013 per frode fiscale) non hanno influito per 19 anni sull’affluenza di voti in Forza Italia, è indubbio che l’interdizione dai pubblici uffici e l’incandidabilità (cessati con la riabilitazione dell’anno scorso) ricevuti nel 2013 per gli effetti della legge Severino hanno avuto un ruolo nella decadenza del partito, passato dai 7,3 milioni del 2013 (9,9 per la coalizione) ai 2,3 delle ultime europee.

Poi c’è stata la sentenza di primo grado sulla Trattativa tra Stato e mafia che, pur non avendo come imputato l’ex Cavaliere, ha messo ulteriori ombre sull’operato di Berlusconi da presidente del Consiglio, quello stesso premier che aveva detto: « Se c’è una persona che per indole, sensibilità, mentalità, formazione, cultura e impegno politico, è lontanissima dalla mafia questa persona sono io» (29 novembre 2009) oppure « La mafia, la ‘ndrangheta, la camorra e le altre organizzazioni criminali sono una terribile patologia per il Paese: ne paghiamo le conseguenze anche per l’immagine che diamo all’estero» (28 gennaio 2010).

Nelle motivazioni della Corte d’Assise di Palermo vengono elencate nel dettaglio le elargizioni dell’uomo di Arcore a Cosa Nostra attraverso Marcello Dell’Utri: «È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994» e ancora «Bagarella Leoluca e Brusca Giovanni, prospettando al Capo del Governo in carica Berlusconi Silvio, per il tramite di Mangano Vittorio (deceduto) e di Dell’Utri Marcello, una serie di richieste finalizzate ad ottenere benefici di varia natura».

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