Maturità 2019, pareri a caldo

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Il senso della scelta di Ungaretti e Sciascia, l'importanza di studiare il '900 e il significato, nel 2019, dell'esame di Stato. Una chiacchierata fra vecchi amici con Davide Di Falco


Ungaretti e Sciascia per l’analisi del testo. Dalla Chiesa e Bartali per il tema d’attualità. Passando per i saggi di Montanari e Stajano. Sono le tracce della prima prova degli esami di maturità 2019. Scelte non banali, ma che confermano un trend avviato già da alcuni anni.

Gli esami di Stato sono una specie di totem nella cultura di massa italiana. Un’istituzione e, contemporaneamente, un tuffo al cuore ogni qual volta se ne rievocano i ricordi. Così, per fondere questi due aspetti, ho deciso di scambiare qualche impressione con un mio vecchio compagno di scuola. Davide Di Falco oggi sta conseguendo una laurea magistrale in filologia moderna all’Università Federico II di Napoli e, fin dai tempi del liceo, è stato uno dei più grandi appassionati di letteratura che io abbia mai conosciuto.

E allora, caro Davide, alla fine per l’analisi del testo sono usciti due grandi classici…

«Sì, si tratta di due classici molto importanti e, a modo loro, molto diversi l’uno dall’altro. Ungaretti è considerato, insieme a Montale e Saba, parte della triade della letteratura italiana del primo ‘900. Con questa raccolta ha segnato un punto di discrimine: non è un’esperienza soltanto italiana, provinciale, ma si aggancia con la poesia simbolista francese, pur avendo salde radici nella nostra tradizione. Meno scontata, e più coraggiosa, la scelta di Leonardo Sciascia. Il suo “Giorno della civetta” si rende sempre più necessario: ha indicato un modo nuovo di raccontare, di fondere l’inchiesta e la letteratura.

Sono contento, spero che i ragazzi scelgano Sciascia, perché è un grande scrittore da riscoprire. Secondo me è stato un po’ troppo spesso appiattito sulla bruta cronaca: Sciascia aveva delle virate persino metafisiche, al di là del tema antimafia, è uno scrittore che ha molto da dire ancora oggi».

C’è qualcosa che ti ha colpito in particolare delle tracce?

«È stata interessante secondo me la scelta di un testo di Corrado Stajano, un altro grande scrittore dei nostri tempi, di cui molti studenti non hanno la minima contezza. Sciascia e Stajano non sono scelte banali. Ho solo il timore che un testo di Ungaretti possa legittimare da parte degli studenti delle interpretazioni astruse, poetiche, più ermetiche dell’ermetico (ride ndr). Sciascia e Stajano sono due begli esempi di prosa vigorosa, lucida, chiara, concreta».

Pareri sulle tracce d’attualità? Ci sono il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e Gino Bartali…

«Intanto farei un’osservazione esterna, ma che serve a dare il senso della direzione presa: il testo uscito su Bartali è di un buon giornalista de Il Giornale, quotidiano di aria notoriamente conservatrice, ma tutte le tracce mi sembra vadano in una direzione che superi un certo ingenuo illuminismo progressista. Mi sembra che si stia rivalutando anche un altro filone della nostra tradizione di pensiero, che è stata un po’ marginalizzata anche per pregiudizio ideologico. Quella dell’antimafia è una tematica cruciale: il timore, credo legittimo, è che i ragazzi scelgano la facile via della retorica commemorativa.

Il problema è che certi autori, certi periodi storici, vengono più spesso accennati che non studiati accuratamente. Quindi il rischio del facile sentimentalismo è dietro l’angolo. Ma questi testi possono aiutare a dare una chiave di lettura più concreta e meno sentimentale».

Secondo te, in una temperie politica e culturale come questa, l’esame di maturità ha ancora senso? O ha perso il significato che aveva fino a qualche anno fa?

«L’unico valore che ancora rimane dell’esame di maturità, al di là della sua valenza didattica, è quello di momento di transizione, di rito di passaggio. E, guardandomi attorno, mi sembra che con il variare dei governi non cambi lo spirito con cui i ragazzi affrontano questa prova. Cosa che in altri paesi non si trova e, sinceramente, mi spiacerebbe che venisse a mancare anche qui.

L’augurio è che il ‘900 trovi una sistemazione migliore all’interno dei programmi. Ricordo nitidamente quando 6 anni fa uscì Claudio Magris, uno dei nostri maggiori intellettuali: mi sembra impensabile che uno studente, che magari viene da un liceo classico, possa arrivare all’ultimo anno senza averlo mai sentito nominare. È il momento che la scuola riveda un po’ le sue esigenze».

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