«Le manifestazioni si fermeranno, ma il consenso di Putin è in calo»

epa07643300 Russian riot police detain a participant of a protest  supporting arrested and now released Meduza's journalist Ivan Golunov suspected in drug keeping and spreading in Moscow, Russia, 12 June 2019. Ivan Golunov, a journalist specialized in corruption cases investigations was arrested by police for drug spreading and later released after a wave of public protests. Ivan Golunov denies the accusation and considers it a provocation caused by his professional activity.  EPA/YURI KOCHETKOV

Il parere di Rosalba Castelletti de “La Repubblica” sulle mobilitazioni della società civile russa contro l’arresto del giornalista Ivan Golunov


«Temo che le proteste si fermeranno. Per le manifestazioni di ieri era prevista un’affluenza più alta e non ha aiutato la dura repressione. È però vero che la popolarità di Putin è scesa molto». Rosalba Castelletti, giornalista di Repubblica e per due anni corrispondente da Mosca, in questi giorni sta raccontando per il quotidiano le proteste della società civile russa per l’arresto del giornalista Ivan Golunov, accusato di spaccio di droga ma subito rilasciato. «Poco dopo l’arresto le accuse sono cadute del tutto e Golunov è tornato a casa. Questa circostanza ha un po’ smorzato lo slancio delle proteste. Si tratta però di un fatto inedito: di solito gli oppositori vengono rilasciati con formule un po’ più vaghe, ad esempio su condizionale». Ad aver contribuito, oltre alla mobilitazione di massa, anche la palese inattendibilità delle prove: la polizia aveva diffuso immagini false del suo appartamento e sulle buste di droga non c’erano sue impronte. «Diciamo che le forze di sicurezza hanno dovuto salvare la faccia, sono uscite un po’ umiliate dalla vicenda. Poi però hanno usato il pugno di ferro e gli arresti durante le proteste sono stati abbastanza violenti», prosegue Castelletti.

A prendere posizione sulla vicenda Golunov sono stati, sorprendentemente, tre testate. I giornali economici Kommersant, Vedomoski e Rbk, infatti, nei giorni scorsi hanno pubblicato in prima pagina lo slogan Io, noi, siamo Ivan Golunov, accompagnato da un comunicato di solidarietà nei confronti del reporter di Meduza. «Ciò che sorprende di più è che gli editori di due dei tre giornali sono filo governativi», osserva Castelletti, «e poche settimane fa due giornalisti del Kommersant erano stati licenziati per un articolo sgradito all’editore. Per protesta, tutta la redazione del politico si era dimessa». La mobilitazione per Golunov ha coinvolto anche personaggi insospettabili: «Ha preso le sue difese anche Margarita Simonyan, direttrice di Rt – ex Russia Today, testata del Cremlino – e i vertici della polizia hanno annunciato la sostituzione dei responsabili del suo arresto».

Il caso di Golunov ha fatto esplodere un malcontento più generale: «Come accennato, la popolarità di Putin è scesa notevolmente nell’ultimo periodo e la fiducia nei suoi confronti si è incrinata. Ai russi non è piaciuta la riforma delle pensioni che ha stravolto un sistema che resisteva dai tempi di Stalin, generando proteste in cui sono scesi in piazza anche gli stessi pensionati», commenta la giornalista. Il livello di democraticità del Paese, dunque, non è l’emergenza più sentita: «Spesso si fa l’errore di considerare le cose solo dalla prospettiva di Mosca, la grande città spostata verso l’Europa nella quale la classe intellettuale è comunque minoranza». La Russia però si estende ben oltre il suo confine occidentale: «Alla maggioranza della popolazione interessa vivere bene. Per il russo medio i cambiamenti hanno solo portato danni, dalla rivoluzione d’ottobre alla fine dell’Urss. Questo poi è un periodo di transizione, Putin è all’ultimo mandato e, anche se molto probabilmente si ritaglierà un ruolo di primo piano nel prossimo esecutivo, si è già aperta la corsa alla successione. È un momento di grande insicurezza».

Un momento di insicurezza colto dai cittadini per scendere in piazza: «Le recenti manifestazioni, non solo quelle per Golunov, hanno convinto la popolazione del proprio potere. La società civile ha capito che se si mobilita può ottenere qualcosa. Non la rivoluzione, certo, ma qualche piccolo, importante cambiamento». Un esempio recente: «Nelle ultime settimane le proteste dei cittadini di Ekaterinburg, durate quattro giorni, hanno convinto Putin ad abbandonare il progetto della costruzione di una cattedrale in un parco. Fa riflettere perché il consenso delle gerarchie religiose è molto importante per il mantenimento del suo potere».

Castelletti si sofferma su un tema troppo spesso ignorato dalla stampa occidentale: «Considerare Putin un deus ex machina che controlla tutto è solo parzialmente vero. Sotto di lui c’è una vera e propria catena di potere, e spesso chi ne fa parte decide senza il suo consenso. Poi, ovviamente, ci sono i momenti in cui il Presidente interviene in prima persona, ma non è sempre così».

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