Depistaggi in via D’Amelio: indagati due pm

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Accusati di calunnia aggravata i due magistrati che condussero la prima inchiesta sulla morte di Borsellino e di 5 membri della scorta. Tra il falso pentito Scarantino e l’ipotetico ruolo dei servizi, di intromissioni si parla da tempo


Due pm che indagarono sulla strage di via D’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e 5 membri della sua scorta sono indagati per concorso in calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra. Carmelo Petralia e Annamaria Palma, oggi rispettivamente procuratore aggiunto a Catania e avvocato generale a Palermo, al tempo a Caltanissetta, condussero l’inchiesta anche su Gaetano Murana, Giuseppe La Mattina e Cosimo Vernengo, ingiustamente accusati nei primi processi.

Le cassette su Scarantino

Le indagini a carico dei due pm riguardano 19 cassette contenenti le conversazioni di Vincenzo Scarantino, falso pentito che con le sue dichiarazioni depistò gli inquirenti. Secondo l’accusa, il pool di poliziotti, guidato dall’ex capo della Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera (morto nel 2002) ha indotto Scarantino, anche con la violenza, a mentire. Nel processo in corso a Caltanissetta sono a giudizio tre membri del pool: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei con l’accusa calunnia per il depistaggio delle indagini, un depistaggio che è costato una condanna all’ergastolo per sette innocenti.

Il picciotto della Guadagna

Vincenzo Scarantino all’epoca dell’attentato di via D’Amelio ha 27 anni e vive a Palermo nel quartiere Guadagna. Lì guida una piccola banda di minorenni e inizia ad avere problemi con la giustizia già da giovanissimo. A 13 anni viene sorpreso con una pistola utilizzata per rapinare un passante e viene denunciato per rapina e detenzione d’armi. Nel 1984 finisce in carcere per la prima volta. Ha 19 anni ed è accusato di ricettazione e detenzione d’armi. Suo cognato è Salvatore Profeta, indicato dai pentiti Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno e Stefano Calzetta come un boss di primo piano della «famiglia» di Santa Maria di Gesù.

Nel settembre 1992 Scarantino viene arrestato insieme a Salvatore Candura dal gruppo di La Barbera e si autoaccusa del furto della Fiat 126 utilizzata per l’attentato in via D’Amelio. Poi iniziano le accuse: gli esecutori dell’attentato di via D’Amelio sarebbero stati il cognato e altri membri del mandamento di Santa Maria di Gesù. Durante il processo, gli avvocati della difesa chiamano a testimoniare una transessuale e due travestiti che raccontano di aver avuto una relazione con Scarantino.
Nel 1995 ritratta e afferma, durante un’intervista a Studio Aperto, di aver accusato degli innocenti. Se la Corte d’Assise di Caltanissetta crede alle prime dichiarazioni di Scarantino, la Corte d’Appello nissena lo giudica inattendibile.

Il Borsellino quater

Nelle motivazioni del Borsellino quater, l’ultima sentenza (di primo grado) su via D’Amelio, si fa riferimento a un depistaggio: «Questa Corte ritiene doveroso, in considerazione di quanto è stato accertato sull’attività di determinazione realizzata nei confronti dello Scarantino, del complesso contesto in cui essa viene a collocarsi, (…) di disporre la trasmissione al Pubblico ministero, per le eventuali determinazioni di sua competenza, dei verbali di tutte le udienze dibattimentali».

Nella sentenza i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta parlano di un «collegamento» tra il depistaggio e la sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, collegamento «sicuramente desumibile dalla identità di taluno dei protagonisti di entrambe le vicende», ossia in primis Arnaldo La Barbera, che ebbe un ruolo «fondamentale» nella costruzione «delle false collaborazioni con la giustizia» e che «è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa».

Interferenze dei servizi?

In questi anni si è molto parlato di ipotetici interventi dei servizi segreti in via D’Amelio. L’ultimo capitolo, risalente allo scorso dicembre, riguarda una relazione presentata dalla Commissione antimafia regionale siciliana, presieduta da Claudio Fava che spiega: «È certo il ruolo che il Sisde (l’allora servizio segreto civile, ndr) ebbe nell’immediata manomissione del luogo dell’esplosione e nell’altrettanto immediata incursione nelle indagini della Procura di Caltanissetta». Arnaldo La Barbera sarebbe stato un collaboratore del Sisde, tra il 1986 e il 1987, con nome in codice «Catullo».

Già prima, durante il processo Borsellino quater, per ora fermo al primo grado di giudizio, il pentito Antonino Giuffrè spiegava: «La forza della mafia derivava dai suoi rapporti, imperniati su interessi comuni, con ambienti della politica, dell’economia, delle professioni, della magistratura e dei servizi deviati».

Il sovrintendente di Polizia Francesco Paolo Maggi, subito presente sul luogo della strage, racconta a processo: «Uscii da ’sta nebbia che… e subito vedevo che arrivavano tutti ’sti… tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu’ ’u stesso abito, una cosa meravigliosa». Era «gente di Roma», dei servizi, «senza una goccia di sudore» nonostante il caos e la concitazione nel caldo di luglio. Maggi a quel punto si chiede: «Ma questi come hanno fatto a sapere già?». La sentenza di primo grado del Borsellino quater mette il ruolo dei servizi nero su bianco: «Già nell’immediatezza della strage, attorno all’automobile blindata del magistrato ucciso, vi erano una pluralità di persone in cerca della sua borsa e di quello che la stessa conteneva, ivi compresi alcuni appartenenti ai Servizi Segreti», come riferito da Maggi e dal suo vice Giuseppe Garofalo.

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