Il governo francese nega la mano di Renault a Fca

Renault e FCA

Dopo una settimana di trattative manca l'accordo con Renault e Fca ritira la proposta di fusione. Determinante per il fallimento dell'operazione è stata la posizione del governo di Parigi


La fusione tra Fca e Renault è saltata, e a decidere che il matrimonio non s’aveva da fare è stato il governo francese. Nella notte Fca ha diffuso un comunicato stampa per ufficializzare lo stop alle trattative.

“Il Cda di Fiat-Chrysler, riunitosi sotto la presidenza di John Elkann, ha deciso di ritirare con effetto immediato la proposta di fusione avanzata a Groupe Renault. FCA continua ad essere fermamente convinta della stringente logica evolutiva di una proposta che ha ricevuto ampio apprezzamento sin dal momento in cui è stata formulata e la cui struttura e condizioni erano attentamente bilanciati al fine di assicurare sostanziali benefici a tutte le parti. È tuttavia divenuto chiaro che non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo.

FCA esprime la propria sincera gratitudine a Groupe Renault, in particolare al suo Presidente, al suo Amministratore Delegato ed ai partners Nissan Motor Company e Mitsubishi Motors Corporation, per il loro costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta. FCA continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente“.

Un modo per dire che tutti, sia in Fca che Renault, erano favorevoli all’operazione e lo stop è arrivato dal mondo della politica. Nella tarda serata di ieri Renault, al termine della riunione-fiume del board durata oltre 6 ore, aveva fatto sapere di non essere stata in grado “di prendere una decisione a causa della richiesta manifestata da rappresentanti dello stato francese di posticipare ulteriormente il voto”. Secondo quanto riportano alcune indiscrezioni, a votare contro la proposta di fusione nel cda di Renault sarebbero stati solo il rappresentante del governo francese e un rappresentante sindacale, mentre il consigliere di Nissan si sarebbe astenuto.

Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire ha risposto “prendendo atto” del ritiro dell’offerta. “Non appena la proposta è stata fatta, il governo l’ha accolta con apertura e ha lavorato in modo costruttivo con tutte le parti interessate”, si è difeso Le Maire, sottolineando che era stato raggiunto un accordo su tre delle quattro questioni principali prima che i negoziati si interrompessero. Nella giornata di martedì una prima seduta del cda Renault si era chiusa in un nulla di fatto, con il governo di Parigi che aveva posto alcuni diktat sulla proposta di fusione, tra cui una serie di garanzie allo scopo di evitare tagli occupazionali e difendere l’interesse nazionale. In particolare i francesi avevano chiesto che il quartier generale operativo del nuovo gruppo fosse a Parigi, oltre ad un dividendo straordinario per gli azionisti di Renault e a garanzie sul ruolo di Parigi nel Cda.

Non sappiamo con esattezza quale sia il punto su cui le parti non sono riuscite a raggiungere un accordo, tuttavia l’impressione è che a mandare all’aria il progetto sia stato lo sciovinismo economico del governo francese. Probabilmente Parigi, socio di maggioranza di Renault con il 15% delle quote azionarie, avrebbe voluto mantenere il controllo anche sul nascituro gruppo, che invece avrebbe visto un ruolo preponderante degli Agnelli-Elkann (proprietari del 30% di Fca). I francesi, abituati alle logiche di conquista con cui conducono le loro operazioni commerciali – soprattutto quando fanno shopping di marchi e aziende in Italia -, sono rimasti dubbiosi davanti ad una proposta di fusione “alla pari”, sospettando forse che l’operazione celasse un’acquisizione di Renault da parte di Fca. Eccessiva prudenza o distorsione dovuta al proprio modo di condurre gli affari, il governo francese ha fatto perdere a Renault un’occasione di crescita non indifferente. Un precedente scomodo, che potrebbe scoraggiare dal prendere simili iniziative anche i ben più affidabili (e ricchi) tedeschi. E il primo a fare le spese dell’arroganza di Parigi potrebbe essere proprio il costruttore francese, a cui farebbe molto comodo un partner con cui condividere i costi dei futuri investimenti nell’elettrico.

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