La morte di Noa Pothoven e il sensazionalismo dei media

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Come un caso di cronaca gestito male diventa una minaccia per l’informazione e un rischio per l’opinione pubblica. Con un'intervista a Selene Pascarella


Ci sono casi di cronaca in cui il punto di vista di chi racconta finisce per mettere in secondo piano i fatti da raccontare. Quello di Noa Pothoven è uno di questi, la ragazza morta di fame e di sete domenica scorsa nella sua casa dopo aver consegnato a un post Instagram il suo addio al mondo. La diciassettenne olandese soffriva di una grave forma di stress post-traumatico e di depressione a seguito di uno stupro subito a 11 anni, seguito da altre aggressioni sessuali. La sua battaglia per recuperare il trauma e tornare a vivere normalmente era stata raccontata in un libro autobiografico, che rimaneva con un finale aperto.

La notizia della sua morte è stata riportata con grande enfasi da alcuni media internazionali, quando ancora le notizie su quanto accaduto erano poche e imprecise. I tabloid britannici seguiti a ruota dalla maggior parte dei media italiani, hanno riportato la notizia come un caso di “eutanasia legale”, tracciando un indebito collegamento tra la vicenda della ragazza e la presenza in Olanda di una legislazione che permette ai cittadini, in casi molto precisi e in ultima istanza, di ricorrere legalmente a un accompagnamento al fine-vita.

Com’è stato successivamente chiarito, non c’è stata nessuna eutanasia legale per Noa Pothoven. Anzi, come ha riportato chiaramente il quotidiano di Nimega De Gederlanger, che aveva intervistato la ragazza l’anno scorso, le autorità sanitarie olandesi le avevano negato l’accesso a questo trattamento perché la legge prevede prima un percorso di quattro anni di riabilitazione.

Il primo a mettere un punto fermo sulla vicenda, stamattina, è stato Marco Cappato, presidente dell’associazione Luca Coscioni e promotore del Congresso mondiale per la libertà di ricerca e della campagna Eutanasia legale, che scrive su Twitter che le notizie sono state «ignorate per malafede o sciatteria».

«Non esiste alcuna fonte che ci dica che lo Stato olandese abbia concesso l’eutanasia alla giovane Noa», scrive. «Esistono invece due fatti accertati, fonti giornalistiche che riportano la decisione dell’Aja, che aveva rifiutato l’eutanasia chiesta dalla giovane, indicando 5 anni di trattamento prima di decidere. E il fatto che la ragazza avesse smesso di bere e di mangiare. Una decisione legale anche in Italia».

Eppure, il carosello degli strilli da prima pagina e dei commenti al buio ed esperti veri o presunti era già cominciato da ieri. «La cosa che mi sconvolge di più è che lo stupro sia passato totalmente in secondo piano», commenta a caldo Selene Pascarella, giornalista e autrice di un libro che sviscera i meccanismi più sordidi della cronaca nera e del suo uso a scopi meramenti commerciali (Tabloid inferno, edizioni Alegre, 2018).

«Abbiamo di fronte l’ennesima polemica social a uso politico e mediatico, unita a forme di giornalismo imprecise». Selene Pascarella ricorda il rischio di sacrificare, sull’altare dell’ultim’ora, i fondamentali del mestiere: la verifica e la precisione. Questo perché i giornalisti sono costretti da un sistema mediatico (sempre più scricchiolante peraltro) a rincorrere la breaking e mancano di tempo di approfondimento.

«Quando si lavora in fretta e non si hanno dati si tende a enfatizzare e ad attingere all’emotività. Invece la regola di base è sempre una: quando non si conoscono i fatti ci si dovrebbe semplicemente astenere dal parlare».

Non c’è solo il demone della rapidità, nel caso del travisamento della storia di Noa Pothoven. «È innegabile che in questo caso specifico sia individuabile anche una questione di genere, il modo di trattare la violenza contro le donne». È un caso di mensplaining, continua Selene Pascarella, ovvero di quella tendenza tutta maschile a mettere le donne in una posizione di inferiorità intellettuale. «Non è la sola componente della vicenda, c’è ovviamente tutta la questione politica del fine vita, ma è comunque  rilevante».

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