Save the Children: «I bambini sono più protetti negli ultimi 20 anni»

Il rapporto 2019 sulla tutela dei minori a livello internazionale contiene segnali di miglioramento, ma c'è ancora tanto da fare. L'intervista a Filippo Ungaro, direttore della comunicazione dell'ong


Buone notizie per i bambini. Il Global Childhood Report 2019, pubblicato ieri da Save the Children, restituisce un quadro positivo sulle condizioni dei più piccoli di (quasi) tutto il mondo.

In totale sono almeno 280 milioni – 1 su 8 – i minori che oggi vivono meglio rispetto all’inizio del millennio. Tutti gli indicatori analizzati dallo studio mettono in evidenza lo stesso trend, tranne uno: le guerre continuano a rappresentare una minaccia inevitabile per la sopravvivenza e il benessere dei giovanissimi. Dal 2000 ad oggi sono state 30,5 milioni in più le persone costrette a lasciare le loro case per scappare dai conflitti. Un aumento dell’80%, causato soprattutto dalla situazione interna esplosiva di Siria e Yemen e da guerre più antiche come quelle in Iraq e Sud Sudan.

Tra i bimbi che hanno meno di 5 anni, però, la mortalità è diminuita del 49%. In decrescita anche il lavoro minorile (- 40%) e la malnutrizione cronica (- 33%). Il calo dei matrimoni precoci e dell’abbandono scolastico, in contrazione del 25% e 33%, si accompagna a una riduzione di gravidanze adolescenziali del 22%  e di omicidi di bambini del 17%.

In 173 dei 176 Paesi presi in esame, i dati che riguardano i minori sono migliorati in questo arco di tempo. Tre le eccezioni alla regola: in Siria, Venezuela e sull’isola-stato Trinidad e Tobago la protezione dei bambini è rimasta bloccata negli ultimi due decenni.

Il Paese più virtuoso è Singapore ma nella classifica vari rappresentanti europei occupano le posizioni più alte: Svezia, Finlandia, Norvegia, Slovenia, Germania, Irlanda, Italia, Belgio. Grandi sorprese arrivano da alcune delle nazioni più povere della Terra. Capofila la Sierra Leone, in compagnia di Ruanda, Etiopia e Niger, bilanciate da Centrafrica e Chad come fanalini di coda.

Il sospiro di sollievo di Save the Children passa attraverso le parole di Carolyn Miles, ceo dell’organizzazione. «Vent’anni fa un cambiamento su questa scala non sembrava possibile. Questi risultati ci mostrano invece che con un forte impegno e leadership possiamo guidare il cambiamento per i bambini, e in fretta».

ReporterNuovo ha raccolto il commento di Filippo Ungaro, direttore della comunicazione dell’ong che si batte da cento anni per dare ai piccoli di tutto il mondo un futuro a ogni costo.

In un quadro complessivamente positivo l’indicatore più critico è la guerra, che influisce pesantemente sulla tutela dei minori. Come si può intervenire su questo aspetto?

Dal mio punto di vista i conflitti sono un elemento assolutamente negativo, ma non il solo. È vero che ci sono stati dei progressi ma bisogna considerare tutti i numeri. A 1 bambino su 3 ancora oggi viene negata l’infanzia, sono 690 milioni in tutto il mondo. Paradossalmente sono proprio i passi avanti a dirci che, se si investe e c’è una chiara volontà politica, i problemi relativi all’infanzia si possono sconfiggere. Anche nei contesti di guerra i bimbi possono e devono essere protetti. Il fatto che solo nel 2017 ci siano stati 1400 attacchi aerei su delle scuole è inaccettabile e succede perché lo vogliono i governi. Nei conflitti il diritto internazionale va rispettato, compreso nello specifico ciò che prevede per la tutela dei minori. Sempre nel 2017 si calcolano 25mila violazioni nei confronti di bambini, classificate in modo diverso. Uccisioni, mutilazioni, arruolamenti di bambini-soldato, bombardamenti a scuole e ospedali. Chi commette questo genere di atti gravi deve essere perseguito dalla legge e, sul campo, bisogna attuare misure di protezione efficaci. Il che significa accesso all’educazione e possibilità di ricevere aiuti umanitari nonostante la guerra.

Dal report emerge anche che la tutela dei minori non è per forza legata al Pil del Paese in cui vivono. Quindi c’è speranza anche per il Terzo Mondo nell’immediato futuro?

Certo. È da lì probabilmente che dobbiamo cominciare. Oltretutto le maggiori quote di bambini risiedono in Paesi in via di sviluppo e lì troviamo le situazioni più difficili da risolvere. Il focus della comunità internazionale deve essere orientato sui contesti più poveri, in particolare su quelli in guerra.

C’è qualche altro indicatore rilevante che sarebbe opportuno prendere in considerazione secondo lei?

Questi criteri sono scelti in base alla possibilità di monitorarli in quasi tutti i Paesi del mondo, fatta eccezione per alcuni Stati in conflitto, dove gli istituti di statistica non li aggiornano più. Credo che siano indicatori ottimali per misurare il benessere dell’infanzia.

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