Di Matteo fuori dal pool antimafia per un’intervista

il pm Nino Di Matteo

Il pm simbolo del processo Trattativa, ora alla Dna, su La7 ha parlato degli aspetti da approfondire sulle stragi di mafia dei primi anni Novanta e il Procuratore Nazionale De Raho lo rimuove dal gruppo sulle «entità esterne»


Galeotta fu quell’intervista. Antonino Di Matteo, il pm simbolo del processo sulla Trattativa tra Stato e mafia ora alla Procura Nazionale Antimafia, è stato allontanato dal pool che coordina le indagini delle Procure sulle «entità esterne nelle stragi e negli altri delitti di mafia». Questa rimozione, decisa dal Capo della Dna Federico Cafiero De Raho, sarebbe dovuta alle frasi che il pm ha pronunciato ospite della trasmissione Atlantide su La7.

Nulla di nuovo sotto il sole

La scelta del Procuratore Nazionale De Raho non ha precedenti. Di Matteo, intervistato da Andrea Purgatori, non ha né rivelato particolari inediti delle indagini, né si è esposto politicamente. Anzi, da una parte il pm ha parlato di circostanze note da tempo, dall’altra si è guardato bene dall’addentrarsi in filoni scivolosi sul piano dell’opportunità di parlarne in televisione. Nessuna menzione, per esempio, alle intercettazioni ambientali in carcere tra il boss stragista Giuseppe Graviano con Umberto Adinolfi in cui, secondo gli inquirenti, si è fatto il nome di «Berlusca».

Il pool sulle «entità esterne»

Di Matteo, insieme a Francesco Del Bene e Franca Imbergamo, coordinati dall’aggiunto Giovanni Russo, fa parte di quel gruppo di pm incaricati di indagare sugli interventi «esterni» a Cosa Nostra nelle stragi dei primi anni Novanta e sugli altri omicidi a opera della mafia. Il pool – nato sei mesi fa – sta cercando di far emergere gli eventuali collegamenti tra i boss e queste «entità esterne», per esempio i servizi segreti (sul cui ruolo in via D’Amelio si era occupata la Commissione Antimafia siciliana alcuni mesi fa), ma anche altre istituzioni.

Le parole di Di Matteo

Il pm, ospite ad Atlantide, ha parlato di aspetti della stagione delle stragi di mafia che andrebbero approfonditi. A partire da Capaci, di cui in questi giorni si è celebrato l’anniversario. Sull’autostrada in cui hanno perso la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta sono stati trovati un guanto con il Dna di una donna e un pezzo di carta con scritto il numero di un funzionario dei servizi segreti. Due elementi su cui vale la pena di indagare ma che sono già noti.

Come è di dominio pubblico il fatto che Falcone si stesse interessando a Gladio, l’organizzazione paramilitare (ufficialmente sciolta nel 1991) creata nel 1956 per combattere «dietro le linee» una ipotetica invasione dell’Italia da parte delle forze del Patto di Varsavia. Lo stesso vale per l’appartenenza a gruppi di estrema destra di Pietro Rampulla, colui che ha procurato il telecomando per la strage di Capaci.

Le motivazioni della scelta di De Raho

Appurato che Di Matteo non ha detto in televisione nulla di segreto, la scelta del Procuratore Nazionale può essere dovuta al fatto che non è permesso fare ragionamenti pubblici. Qualunque discorso inerente alle indagini deve rimanere dentro alle mura della Dna in via Giulia a Roma.

Bisogna anche tenere conto che stiamo parlando del pool politicamente più rischioso e del pm – Di Matteo – diventato sì simbolo della lotta alla mafia, ma anche più mediaticamente esposto. De Raho probabilmente pretende assoluta prudenza.

Se il provvedimento del Procuratore Nazionale è già esecutivo, è anche vero che è stato trasmesso al Consiglio Superiore della Magistratura che lo valuterà.

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