Salvatore Caruso, da Avola al Roland Garros

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Ha battuto Munar in 3 ore e 5 set. Era la sua seconda gara in uno Slam, la prima all'Open di Francia, ora sogna la top 100


Il secondo turno del Roland Garros nasce da un volantino trovato anni fa, il giorno in cui decise di giocare a tennis: «Spesso mi sono chiesto se quel foglio non fosse maledetto». Quando il rovescio non entrava. Quando i risultati non arrivavano nonostante sveglie all’alba e sacrifici. Oggi Salvatore Caruso ringrazia quel foglio e i suoi genitori, primi tifosi, quelli con cui fece un patto a 16 anni: «Mi avrebbero aiutato nel tennis soltanto dopo il diploma, perché quel pezzo di carta poteva servire».

Anche se ieri, a Parigi, l’ha aiutato di più il suo dritto incrociato, migliorato grazie ai consigli di Paolo Cannova, suo allenatore da qualche anno: «Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme Salvatore era un 2.5, senza punti ATP». Oggi batte Munar al primo round in tre ore di gioco (7-5, 4-6, 6-3, 6-3) e accede al secondo turno, dove giocherà contro il francese Gilles Simon (26esima testa di serie del seeding, numero 33 del ranking Atp). Il tutto dopo aver superato tre turni di qualificazione contro Norbert Gombos, Zhang Ze e Dustin Brown.

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È 147esimo, sogna un posto in top 100, è al suo primo Roland Garros in carriera e alla seconda partita assoluta in uno Slam (l’anno scorso perse in 5 set al primo turno di Wimbledon, contro il tunisino Malek Jaziri). Professionista dal 2009, nel 2018 ha vinto il suo primo titolo nel circuito Challenger battendo il cileno Christian Garin.

Caruso è nato ad Avola, in Sicilia, mandorle e vino rosso, quel ‘Nero’ esportato in tutto il mondo. Ieri ne ha parlato anche in conferenza dopo la vittoria: «Non lo bevo moltissimo, è davvero forte. Ma il latte di mandorla di mia madre non lo fa nessuno al mondo».

27 anni, una vita nei Challenger, grazie al passaggio del turno guadagnerà 87mila euro: «Nella vita ci sono cose più importanti, ma i soldi fanno comodo. È chiaro. Pensandoci bene, ho giocato 3 su 5. Me li merito dai, assolutamente».

Salvatore ci scherza su e ripensa all’esultanza dopo il successo contro Munar, la mano che batte sul petto, l’urlo liberatorio davanti agli amici di sempre. E a quell’allenamento con Federer nel 2013 da sparring partner: «Ero ad Avola, mi chiama un coach italiano e mi dice che Roger sta cercando un ragazzo per la preparazione in Svizzera».

Tre giorni in Paradiso con l’idolo di sempre, il campione da emulare: «Un giorno mi rubò una racchetta dopo l’allenamento». Stavolta sono entrambi al secondo turno di uno Slam, tutto grazie a un volantino.

https://twitter.com/federtennis/status/1133056221257326592

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