Lettera a Jon Snow

Se il bandolero stanco di Game of Thrones – finito in esilio nel finale di stagione – avesse avuto degli amici, gli avrebbero scritto così


Lo sguardo di Billy in Kramer contro Kramer, mentre siede sul piano cottura e aspetta che papà gli faccia i french toast come li faceva mamma che è scappata di casa. Impegnato, fiducioso, dolorosamente stupito e adulto sproporzionato per gli occhi di un bambino. Sempre così, Jon Snow: è come se tutta la vita avessi ricacciato in gola un «Voglio mamma» perché pensavi di meritare la sua assenza. Anche mentre sei finito – lunedì notte, lasciandoci sconfitti via cavo – a capo di una batteria di Bruti oltre la Barriera. Vorremmo dirti che c’eravamo ma non abbiamo fatto in tempo. Ad essere tuoi amici, anzitutto. Ti avremmo detto aspetta, dove vai, che cosa fai, non è pazza. Lasciate che si riprenda, questa ragazza visionaria, che ha perso amici, figli e molto più della giovinezza. «Lei non è suo padre, non più di quanto tu sia Tywin Lannister. Cercei non le ha lasciato scelta, ha visto la sua amica decapitata. Ha visto il suo drago affondato. È facile giudicare quando si è lontani dal campo di battaglia»: così hai supplicato Tyrion, prigioniero per averla tradita. Aggiungiamo noi che lei prima di te aveva imparato che la vita riserva insulti e solitudini, che per conquistare la fedeltà degli eserciti serve amare da schiava un centauro, che per propiziare una gravidanza si mangiano i cuori di cavallo e per risvegliare chi si è perso i bambini nascono morti, almeno fino a quando il sole non sorgerà a Occidente. Stava imparando la sua forza esercitandola e si era ritrovata straniera in una distesa di diffidenza, isolamento, rifiuto. L’ultimo, il tuo, dopo che aveva combattuto le tue guerre. 

Nell’ultima scena di voi, quella che spiegherà la fretta alle generazioni future, il biondo limpido di chi si è riscoperta suo malgrado vendicatrice aveva ripristinato la bellezza. Certo, lo stendardo del pulpito era nero e c’era stato un proclama all’esercito che aveva mantenuto la promessa. Ma le truppe andavano ringraziate e caricate con l’unico linguaggio che potessero capire, lo sai, quello dell’inimicizia. Poi aveva aveva virato sul registro assennato atto a rinfacciare il tradimento dei primi cavalieri. Quello delle ragazze argentate che credono di essere predestinate perché sono sopravvissute al fuoco facendo schiudere 3 uova di drago. E hanno liberato mezzo continente. 

Lei, finalmente nel cratere innevato della sala del Trono, ha riservato il vero sorriso a te, senza sapere che ti eri improvvisato traditore sulle scale e che ti eri deciso a deluderla con la violenza per il potere esortativo che hanno le chiacchierate. Il tuo rimprovero per i bambini morti e i prigionieri giustiziati era il cavallo di battaglia dell’ultimo Lannister, che aveva attrezzato una spiaggia di fuga per i suoi fratelli, che di innocenti si erano sempre occupati. Lei ti ha ricordato come avevi punito i tuoi traditori anche quando ti spezzava il cuore. Ti ha sussurrato che anche tu sapevi cosa fosse giusto e tu hai risposto di non saperlo. Per una volta avevi ragione. Quando ti ha chiesto di restare per costruire il nuovo mondo insieme perché era il vostro destino sin da quando tu eri un bambino bastardo e lei una bambina che non sapeva contare fino a 20  –  commossa per il sogno tragico che vi era toccato in sorte – l’hai baciata sulla fiducia e le hai infilato un pugnale nel cuore. Tu, cresciuto da Ned Stark all’insegna del «chi pronuncia la sentenza deve eseguirla» non l’hai uccisa in battaglia o dopo aver negoziato una resa e nemmeno per risparmiarle una morte più dolorosa per mano di chi l’avrebbe colpita alle spalle. 

Poi, un po’ hai tremato un po’ hai pianto e ti sei preparato al fuoco – che non ti avrebbe bruciato – o a essere sventrato dal Drago. Non sappiamo se già in quel momento tu abbia cominciato ad assaporare il rigurgito del tuo unico boccone di felicità. Se tu abbia cominciato a ricordare, allora, quella volta in cui ha perso un drago per te o che ha aspettato impaziente alla Barriera che tornassi piegato su un cavallo. Hai ucciso la ragazza che non ti ha visto arrivare intenzionato a lasciarla a terra in una pozza di sangue. Tu Jon, e questo improvviso dovere che uccide l’amore e prima ancora la riconoscenza. 

 Non potendo riportarti indietro dall’errore avremmo voluto essere i tuoi difensori. Da chi era composto il tribunale rabberciato che ha patteggiato la misura dell’esilio in tua assenza? Da Bran, rotolato apposta a sud per l’investitura. Da Sansa che ha cinguettato a tutti che eri il legittimo erede al trono. Da Arya che ha capito la giustizia solo finché l’ha elencata in una lista. Dal fratello della tua matrigna Kat, per la quale sei sempre stato il frutto del tradimento di Ned, per tacere di Lord Arryn sopravvissuto al seno materno. E soprattutto da Tyrion, che ha istigato l’omicidio della regina facendo affidamento sulla blanda fattura dei tuoi propositi. Chi ha contrattato con un cenno muto la salvezza di Tyrion  – che poco prima ti aveva ribaltato con «Tu lo avresti fatto? No. E quello che avresti fatto tu importa più di ogni altra cosa»– non ha potuto fare niente per te, che hai salvato il mondo dall’arbitrio illuminato del Drago. Non in nome del tuo sangue di Re, non in nome della tua carica al Nord, non in nome della gratitudine per l’ultimo spavento. Nemmeno quando il plotone dei tuoi accusatori si è sfasciato ed è ripartito via mare senza bisogno di garanzie sull’esecuzione. 

Avremmo quindi contestato difetti di competenza e di giurisdizione, avremmo invocato l’incompatibilità di quel judex suspectus – il tuo fratello corvo Bran – che dalla condanna avrebbe guadagnato ogni cosa. Avremmo fatto invalidare un compromesso che ha promosso chi aveva servito e tradito e che ha invece esiliato chi aveva amato ma ucciso, peccando una sola volta e contro se stesso. Perché quello che non hai capito mentre precipitavi Jon, è che eri solo quanto lei. Sei sempre stato il randagio che si è fatto il mazzo con una fatica indicibile perché inutile. Sei il bastardo di sempre e riservato a un bastardo è stato il congedo del porto: ti hanno salutato senza un respiro di ringraziamento, senza rimedi per il tormento, senza correggere il senso di colpa degli usurpatori con il regalo di un mantello nuovo. Perché «the pack survived» ma tu non eri previsto né incluso e sei stato spedito in un avamposto da cui sono banditi mogli e figli e che non respinge più nemici, a meno che non li si inventi dalla neve. E tu che cosa hai fatto? Ti sei inginocchiato davanti a Bran e gli hai chiesto perdono per non esserci stato sempre. Invece di implorare Drogon di venire a finire il lavoro, perché hai offerto l’amore della tua vita per niente e hai realizzato ogni sorta di pensiero inaccettabile.

Il Corvo a rotelle ti ha risposto sazio che eri stato esattamente dove dovevi essere, cioè a sbatterti nelle pulizie per predisporre il nuovo mondo perso, che non ci metterà molto a inaugurare la nuova ruota fondata sulle angustie ritorsive del suo sacerdozio. Hai lasciato anche un Consiglio Ristretto, che siederà ora su sedie perfettamente in ordine, in mano a Ser Bronn mercenario Maestro del Conio e all’amico Sam che ha studiato tanto per regalarti la verità sulla tua nascita e che vorrebbe chiamare suo figlio Jon, ma non ha mai fatto il tuo nome quando si è parlato di re. Chissà come saranno belli gli acquedotti e i bordelli che costruiranno coi mattoni delle tue virtù sottrattive. Magari intitoleranno i primi a te e i secondi a lei. O viceversa. 

Fossi stato, Jon, un profeta di sola dedizione, fossi stato un Greyjoy. Invece sei stato Jon Snow, il Re del Nord. Sei Aegon, il Re dei Sette Regni. E ti sei inginocchiato. Noi ricordiamo quanto ti bruciò l’offesa di non essere stato incluso tra i ranger come speravi. Ti sei infiltrato tra i Bruti di Mance Ryder, il Re oltre la Barriera. Lo hai convinto ad accoglierti, hai infranto con Ygritte il voto di castità dei Guardiani della Notte. Ti sei rifiutato di uccidere un uomo innocente facendo saltare la tua copertura. Sei fuggito. Hai bruciato il corpo di Ygritte nella foresta oltre la Barriera per restituirla alla sua casa. Hai risparmiato l’agonia del rogo a Mance Ryder uccidendolo prima con una freccia. Sei stato il Lord Comandante dei Guardiani della notte, hai accolto i Bruti insegnando a tutti che erano uomini.

Sei risorto. E hai fatto impiccare i tuoi assassini. Hai volato sulla schiena di un drago. Sei stato l’amore della Regina. E adesso, nel tabernacolo delle tue imposizioni, hai applicato il dovere invadente, illiberale, che lascia sfiancati a maledire il Dio della Luce.

Magari fossi stato invece come il più stupido dei Lannister, Jaime, al quale l’essere un buon cavaliere non ha impedito di correre dalla sua regina, fosse solo per seppellirla. Questo si impara, troppo tardi, dagli amori dei cattivi che muoiono in un abbraccio di scheletri.

Possibile che tu invece vada a morire senza aver trovato le parole? Perdoniamo il tuo anodino «sento di non aver fatto la cosa giusta» in nome della tua esperienza di silenzi e stanchezze, della tua espressione eternamente contenitiva. Perché sappiamo, bandolero stanco, che hai preso il Nero nel senso del lutto, che ti stai ancora chiedendo che cosa sono 1000 spade nella mente di una bambina che non sa contare fino a 20. Che tu conterai gli inverni e affonderai nel collo di Spettro il rimorso osceno per l’unica che non ti abbia trattato come lo scarto della cucciolata. Ti scopriamo, povero cuore di lupo, a rivedere l’ultima volta che ti ha salvato oltre la barriera, impetuosa sorpresa del fuoco sui morti, decisiva in una battaglia non sua. 

Torna Jon, sconta la tua pena di resurrezione: cerca il corpo, monta sul drago, dai voce alla minoranza dei bastardi e degli uomini distrutti. Impartisci a noi che scambiamo volentieri gli aerei per draghi l’ultima lezione dal Nord

E cioè che il Nord, quello vero, non dimentica.

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