Falcone: 27 anni dopo Capaci ancora tante domande

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Il 23 maggio 1992 il magistrato, nemico numero uno di Cosa Nostra, moriva con la moglie e gli uomini della scorta. In tre procedimenti in corso si continua a cercare la verità


Anno Domini 1992. In 57 giorni è cambiata la storia d’Italia. Il 23 maggio, esattamente 27 anni fa, una bomba sotto l’autostrada A29, nei pressi di Capaci, uccide Giovanni Falcone, magistrato simbolo del maxiprocesso e della lotta alla mafia, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta. Neanche due mesi dopo è il turno del collega Paolo Borsellino, vittima – insieme cinque dei sei agenti che lo proteggevano – di un’autobomba in via D’Amelio a Palermo.

Per la strage di Capaci sono stati condannati Totò Riina, Giovanni Brusca, Pietro Rampulla, Santino Di Matteo, Gioacchino La Barbera, Antonino Gioè, Giovan Battista Ferrante, Salvatore Biondo, Salvatore Biondino, Antonino Troia, Giovanni Battaglia, Leoluca Bagarella, Salvatore Cancemi e Raffaele Ganci.

La preparazione

Gli attentati contro i due magistrati, in particolare quello contro Falcone, vengono pianificati alla fine del 1991 quando, in vista delle condanne in Cassazione del maxi-processo – che arriveranno il 30 gennaio 1992 – Totò Riina convoca una riunione della Commissione regionale e una della Commissione provinciale di Palermo di Cosa Nostra.

I due incontri hanno lo stesso scopo, spiegano i giudici del processo Trattativa: «Far recepire e ratificare a quegli organismi collegiali la sua (di Riina, ndr) volontà di sferrare un violento attacco allo Stato e ciò una volta acquisita, da parte dello stesso Riina, la consapevolezza che, contrariamente alle tante assicurazioni a più livelli manifestategli (…), il maxi-processo avrebbe avuto, infine, una conclusione infausta per l’associazione mafiosa da lui capeggiata».

Il piano di Cosa Nostra è chiaro. Da una parte la vendetta per le sentenze del maxi-processo, dall’altra la volontà di evitare il reiterarsi di quella situazione. I presenti, tra cui i fratelli Graviano – al tempo boss di Brancaccio e protagonisti della successiva stagione stragista – e Raffaele Ganci, nel racconto del pentito Antonino Giuffrè quando Riina finisce il discorso tacciono: «Diciamo che è stato commentato con l’assoluto silenzio, non c’è stato nessun commento. (…) Si sentivano le mosche che volavano, non c’è stato nessun commento da parte di nessuno».

Dopo l’omicidio del parlamentare siciliano della Dc Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1992, si scrivono altri due capitoli dell’offensiva di Cosa Nostra contro lo Stato. Totò Riina segue la logica del si vis pacem, para bellum, se vuoi la pace, prepara la guerra. A quel punto, secondo quanto riportato nella sentenza di primo grado del processo Trattativa, si muovono i vertici del R.O.S., il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, che vanno a trattare con Vito Ciancimino, affinché faccia da tramite con il Capo dei Capi.

Il piano A

La strage di Capaci si potrebbe definire il «piano B» per uccidere Falcone. Totò Riina aveva ordinato a un commando guidato da Matteo Messina Denaro di sparare al magistrato a Roma, salvo poi cambiare idea e mettere a punto un progetto molto più complesso come un’autostrada imbottita di esplosivo. Perché? Probabilmente Riina decise di puntare sull’esecuzione di una strage eclatante, seppur ad alto rischio di insuccesso, piuttosto che su un omicidio più «sicuro» ma meno d’effetto.

La seconda parte della strategia del terrore: le stragi

La situazione cambia radicalmente quando, il 15 gennaio 1993, viene arrestato Totò Riina, dopo 23 anni di latitanza. Il gotha di Cosa Nostra si divide fra chi vuole continuare la stagione stragista e chi invece intende cambiare strategia. A cercare di conciliare le due istanze è Bernardo Provenzano che riesce a giungere a un accordo: si continua con gli attentati, ma solo fuori dalla Sicilia, in «continente».

Dopo alcune lettere e telefonate minatorie dirette a diversi soggetti (fra cui l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro), il 14 maggio 1993 il giornalista Maurizio Costanzo per puro caso non viene ucciso da un’autobomba in via Fauro a Roma.
Poi arrivano gli attentati a Firenze (27 maggio, 5 morti), a Milano (27 luglio, 5 morti) e a Roma (28 luglio, nessuna vittima). Tra marzo e maggio 1993 viene tolto il 41bis a 121 detenuti.

Il 1994 è l’anno della fine della strategia stragista della mafia e si apre con due eventi fondamentali a brevissima distanza l’uno dall’altro. Coincidenze ovviamente. Il 26 gennaio, con un videomessaggio in VHS, Silvio Berlusconi annuncia la sua «discesa in campo» in politica. Il giorno dopo a Milano vengono arrestati in un ristorante i boss stragisti Filippo e Giuseppe Graviano. A questo punto niente più bombe, Cosa Nostra torna silente.

Che cosa sappiamo 27 anni dopo

Dopo più di un quarto di secolo, sono ancora in corso tre processi fondamentali per capire che cosa è successo tra la fine del 1991 e l’inizio del 1994. A Palermo è iniziato da qualche settimana l’appello sulla Trattativa, a Caltanissetta nel 2017 è stata pronunciata la sentenza di primo grado del Borsellino quater, mentre a Reggio Calabria è in corso il processo ‘ndrangheta stragista con imputato anche Giuseppe Graviano.

Sebbene la strage di Capaci sia quella più comprensibile di quel periodo – con la mafia che decide di togliere di mezzo il suo principale nemico – a distanza di tanti anni rimangono ancora molti aspetti mai chiariti. Dalla decisione di non uccidere Falcone a Roma al ruolo di Pietro Rampulla, mafioso che aveva fatto parte di Ordine Nuovo, condannato perché artificiere della strage di Capaci. Per non parlare del dna femminile trovato sul luogo dell’esplosione, che confermerebbe la versione del pentito Nino Lo Giudice, il primo a parlare della presenza di una donna: «Era una tale Antonella. Tutti e due (con Giovanni Aiello, ex poliziotto alias Faccia da mostro, killer di mafia appartenente ai servizi, ndr) facevano parte di servizi deviati dello Stato e la donna era stata ad Alghero in una base militare dove la fecero addestrare per commettere attentati e omicidi». Aiello, morto nel 2017 per un malore in spiaggia, negli anni è stato spesso accostato a Gladio, l’organizzazione paramilitare (ufficialmente sciolta nel 1991) creata nel 1956 per combattere «dietro le linee» una ipotetica invasione dell’Italia da parte delle forze del Patto di Varsavia. Di Gladio si parla sia nelle indagini sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuta il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, sia nel processo «‘ndrangheta stragista» a cui abbiamo fatto riferimento.

Una lettera profetica

Elio Ciolini, personaggio ambiguo coinvolto nella strage di Bologna del 1980 e autore di numerose rivelazioni (non sempre ritenute attendibili), prima dell’inizio della stagione stragista di Cosa Nostra manda una lettera al giudice istruttore di Bologna Leonardo Grassi: « Tra poco sarà ucciso un esponente la Democrazia Cristiana, dopodiché ci saranno stragi da marzo a luglio, dopodiché la strategia della stragi sarà portata al nord per creare una distrazione rispetto alla mafia». Salvo Lima era un parlamentare democristiano all’Ars, viene ucciso il 12 marzo 1992, poi è il turno di Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e la scorta il 23 marzo e infine c’è la strage di via D’Amelio il 19 luglio successivo. Come faceva Ciolini a sapere tutto questo? E come faceva a prevedere anche le stragi in «continente» del 1993, visto che ufficialmente la decisione viene presa dopo l’arresto di Riina un anno dopo che quella lettera veniva scritta?

L’agenda elettronica di Falcone

Nel processo niceno su Capaci tra gli aspetti «suscettibili di ulteriori approfondimenti» c’è quello relativo ai supporti informatici in possesso di Falcone. In particolare un’agenda elettronica Casio che, secondo la perizia dell’esperto Gioacchino Genchi, è stata utilizzata successivamente alla morte del magistrato. Oltre ad appuntamenti successivi al 23 maggio 1992 che vengono inspiegabilmente cancellati, a far sorgere domande sono le modifiche fatte anche agli appunti relativi a Gladio, sul quale pare che Falcone stesse lavorando quando è stato ucciso.

Sono passati 27 anni dal 1992, l’anno che cambiò la storia d’Italia, e i dubbi sono ancora tanti, ma abbiamo anche delle inquietanti certezze: Falcone era stato isolato, come accadrà a Paolo Borsellino poche settimane dopo Capaci. Oltre a Cosa Nostra, qualcun altro remava contro di lui, qualcuno dentro le istituzioni. Questo sta iniziando a emergere dal processo Trattativa, da quello sulla ‘ndrangheta stragista e dal Borsellino quater. Chi erano questi soggetti? Di quali informazioni era in possesso Ciolini? C’entra qualcosa Gladio? C’era davvero una donna a Capaci? Domande che potranno avere una risposta solamente se, nonostante i 27 anni passati, si continuerà a indagare. Anche per questo bisogna ricordare ogni anno che cosa accadde il 23 maggio di tanti anni fa. Se la memoria scompare, porta con sé anche la verità.

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