Dietro l’obiettivo c’è l’Europa

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Registi di tutto il vecchio continente hanno provato, con la propria telecamera, a raccontare l’idea, l’identità e i limiti di un progetto che, con le elezioni alle porte, è chiamato a risollevarsi e rinnovarsi.


Nessuna unità nasce dalla pace, ma da contrasti e traumi. Lo è stato per l’Unione Europea, le cui fondamenta sono state poste nello stesso momento in cui un mattone stava rovinosamente cadendo al suolo. Era il 1989, quando quel muro che divideva la Germania, in Est e Ovest, crollava sotto gli incessanti colpi dell’idea di un’unificazione possibile, ma difficile.

EuropaEppure, cosa sarebbe successo se quel muro non fosse caduto? Chiedetelo ad Alex, il protagonista di Good Bye Lenin! diretto da Wolfgang Becker, che crea una vera e propria stanza fuori dal tempo e dagli eventi sociali che stanno rivoluzionando, per sempre, il volto della terra tedesca. Tutto per proteggere la mamma, fervente socialista, poiché, risvegliatasi dal coma dopo il crollo del muro, non può scoprire che il suo mondo è andato in frantumi. Un insieme di elementi che sfociano nella commedia dell’equivoco, ma che si traduce nell’idoneo pretesto per raccontare un problema quanto mai attuale per la nostra Europa: lo smarrimento di un popolo tra due realtà, quella che poteva essere e quella che è.

Il punto di partenza, per costruire il modello Europa, è stato cercare un’identità 01337801comune idonea a diventare il giusto collante tra i Paesi. Una base che non dimentichi il suo passato, ma che sia anche la speranza per costruire le fondamenta da cui ripartire insieme. È questo che Theo Angelopoulos ha voluto racchiudere ne Lo sguardo di Ulisse, utilizzando come metafora quelle introvabili bobine, dei primi del ‘900, realizzate dei fratelli Manakis, all’origine del viaggio del regista greco A. (come Angelopoulos). È un peregrinare che, fondendosi tra la ricerca dell’io e del collettivo, porta il cineasta ad essere testimone, con i suoi occhi, dello sgretolarsi dei Paesi balcanici, tra Macedonia, Bulgaria, fino ad arrivare alla Sarajevo distrutta dalla guerra di Bosnia-Erzegovina, un conflitto mai mostrato, nonostante sia avvertito da un’atmosfera tesa e densa di terrore. Un passato glorioso, in un presente devastante, per un futuro migliore.

locandinaSeppur travagliata, la realtà europea è arrivata e dal 1992, col tempo, si è mostrata con i suoi pregi e difetti. A partire dalla fusione di più civiltà unite sotto un’unica bandiera a sfondo blu con un cerchio formato da 12 stelle dorate. Oggi è addirittura possibile trovare nella stessa stanza a Barcellona un belga, un tedesco, una spagnola, una inglese e un italiano. Non è una barzelletta, ma il film di Cédric Klapish che racconta uno dei progetti più riusciti dell’Ue: L’Erasmus, che deve il suo nome al teologo Erasmo da Rotterdam, con l’obiettivo di incontrare culture e nuovi mondi, così da aprire mente ed orizzonti. Un’idea che dietro ha un significativo messaggio di accoglienza verso differenze nazionali e culturali.

Pane per il cinema è la denuncia e l’analisi di problematiche che infervorano 53781l’animo dei cittadini, tutti elementi di cui l’Ue è ricca, soprattutto quando si parla di economia e immigrazione. Sul primo il protrarsi di una politica di “austerity” (di austerità) ha segnato il destino di molti cittadini europei e, in particolare, dell’eurozona del Sud: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna (rinominati dal giornale inglese The Economist come P.I.I.G.S.). Proprio le difficoltà e i limiti di questo approccio è il tema di PIIGS, documentario di Adriano Cutraro, Federico Greco e Mirko Melchiorre. Sono stati necessari cinque anni di ricerca e due di riprese per realizzare un lavoro che invita alla riflessione. Tuttavia la domanda che rimbomba è una: nell’eurozona è possibile applicare altri sistemi oltre l’austerity? Questione che diviene il fil rouge di un racconto tra voci autorevoli del settore e l’analisi del caso della cooperativa “Il Pungiglione”, che vanta un credito di un milione di euro, ma rischia di chiudere, lasciando, così, a casa 100 dipendenti e 150 disabili senza assistenza.

fuocoammareSu tutto, però, l’immigrazione, e la difficoltà nel gestire questo problema, è il principale pomo della discordia della moderna Europa. Ancora non si è riuscito a limitare, lungo il mediterraneo, la mole di clandestini che, per raggiungere l’Ue, si avventurano tra le intemperie del mare con barconi fatiscenti, per molti un viaggio di sola andata. Fuocoammare di Gianfranco Rosi è un esperimento che vuole raccontare questo, ma, a modo suo, fondendo il quotidiano con la tragedia. Mentre a Lampedusa, scenario di continui sbarchi, Samuele, un bimbo come tanti, gioca con la fionda, studia e vive la sua normale vita, c’è chi, nello stesso momento, si getta in mare per salvare uomini, donne e bambini sfiniti e ad un passo dalla morte. Due mondi che si fondono in uno stesso scenario, crudo e normalizzato da una cecità che ci si chiede quanto ancora possa andare avanti.

All’indomani delle elezioni europee le questioni da risolvere sono tante e tutte delicate. L’attento occhio della settima arte scruta, pronto a raccontarne gli effetti, i successi e i sogni di una realtà che ha margini per migliorare. Eppure, la speranza più grande, e che questo progetto, in grado di funzionare, non finisca come il treno in Europa di Lars Von Trier, che, nel buio della notte, mangiando le fredde rotaie, rassegnato si dirige verso il suo destino e una mina, che esplodendo, scrive la parola fine.

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