Difesa comunitaria cercasi. Ritratto di un esercito europeo mai nato

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“E’ necessario un passo avanti verso una “Ever Closer Union". Se non si faranno questi passi, saremo semplicemente degli spettatori di quello che fanno Stati Uniti, Cina e Russia”


Ne erano sicuri François Mitterrand e Helmut Kohl. E come loro, trent’anni prima, lo erano anche Charles de Gaulle e Konrad Adenauer. L’Europa ha bisogno di un esercito comune e di una difesa comune. E questa necessità, sin dagli anni ’60, ha spinto i principali attori europei a schierarsi su differenti posizioni.

 

Storicamente parlando, mentre da un lato Francia e Germania hanno sempre voluto delle milizie comunitarie – attirando il sostegno dei paesi del Benelux e quello italiano come successo ad esempio nella formazione degli Eurocorps nel 1992 – dall’altro la Gran Bretagna ha sempre rispedito al mittente ogni proposta di far squadra e ha imposto, velatamente e non, il proprio diritto di veto sulle decisioni in materia di difesa comunitaria.

 

Alla base di queste divisioni principalmente la scomoda e contemporanea esistenza della Nato, il patto atlantico che riunisce dal 1949 ben 29 paesi, e che ha vigilato sull’Unione Europea durante tutta la guerra fredda. E proprio questo fondamentale strumento di difesa è diventato il principale ostacolo per un esercito comune a tinte blu.

 

«L’esercito europeo è ancora in fase concettuale» ci dice Vincenzo Camporini, vicepresidente di dell’Istituto Affari Internazionali, generale dell’Aeronautica ed ex capo di Stato Maggiore della difesa. «Ci sono solo gli eserciti degli stati che collaborano tra di loro. Si fa sempre affidamento alla Nato e lo si farà ancora per tanto tempo, dato che nel Trattato di Lisbona è considerata come l’unica sorgente di sicurezza per i paesi membri dell’UE».

 

In Europa, la seconda economia al mondo per spese militari con i suoi 311 miliardi di dollari – la precedono gli Stati Uniti che spendono ben 518 miliardi -,  sono state lanciate alcune iniziative comunitarie durante gli ultimi anni. Frutto per lo più delle concomitanti congiunture internazionali – avanzata tecnologica e militare di Russia e Cina e con gli Usa sempre più isolazionisti – la maggiore tra queste è il Pesco, acronimo della “Cooperazione Strutturata Permanente” voluta e certificata anche nel Trattato di Lisbona.

 

25 su 28 stati membri che, coordinati dal Consiglio dell’Unione Europea, collaborano tra loro a progetti di sviluppo delle capacità e delle strumentazioni militari. Un importante tassello nella difesa comune o solo un effimero caso di cooperazione tra i paesi europei? Nulla di tutto questo. Se il PESCO è un importante passo verso un’unione militare, è impossibile non riconoscere i “problemi” intrinsechi all’interno dell’Ue. Ostacoli che si sono annidati nelle fondamenta più oscure e sotterranee di Bruxelles, dove ancora oggi gli stati competono tra loro in campo internazionale per poi ritrovarsi nel consesso europeo e parlare di politiche comuni. «Un esercito europeo potrà diventare una realtà nel momento in cui ci sarà un passo avanti verso una federazione europea e un’unione politica. Le forze armate sono lo strumento della politica estera. Se non esiste una politica estera comune, è uno spreco di energie pensare a un esercito comunitario. Finché continuiamo ad operare nell’area intergovernativa, sono ben pochi i progressi che si fanno».

 

Una “sostanziale gelosia reciproca” che guida i singoli stati Ue a fare la propria politica estera senza passare per Bruxelles. Un atteggiamento che poi, com’è noto, si riflette sul mondo intero. Basti pensare ad esempio al caos libico, nato e alimentato da differenti iniziative degli eserciti dei principali paesi europei con la compartecipazione statunitense. Proprio per superare stalli del genere «E’ necessario un passo avanti verso una “Ever Closer Union”. Se non si faranno questi passi, saremo semplicemente degli spettatori di quello che fanno Stati Uniti, Cina e Russia».

 

Mentre l’Unione naviga a vista, il “virus” della gelosia reciproca e degli interessi del singolo stato alla base di tutto ha infettato e portato alcune nazioni cardine del progetto Europa a muoversi anzitempo e ancora una volta, in solitudine. L’European Intervenion Initiative, conosciuto semplicemente con l’acrononimo “E21”, è l’esempio di quanto ogni paese pensi per sé. Ideatore di questo progetto il presidente francese Emmanuel Macron, che ha raccolto nel quartier generale parigino 10 stati – Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Spagna e Regno Unito – con lo scopo dichiarato di gestire crisi all’estero e operazioni militari congiunte.

 

«L’iniziativa di Macron mi ha lasciato profondamente perplesso. Anche perché è stata esplicitamente indicata come estranea al contesto dell’Unione Europea. Un’iniziativa francese a che scopo? Per sostenere la politica estera di Parigi?» e il Belpaese nel frattempo sta a guardare. «L’Italia non ha aderito a questa iniziativa ed è sostanzialmente una decisione politica. Ma non prendervi parte è un errore. Essere dentro ad un progetto che non ci piace, serve a controllare cosa succede. Da fuori sarà tutto molto difficile».

 

Difesa comunitaria che oggi più che mai costituisce un elemento rilevante per la sopravvivenza stessa dell’Unione e la mancanza di un esercito comune non è solo un mero problema di sicurezza. L’assenza di un organico formato dai militari di tutti gli stati membri ha anche avuto qualche ripercussione sull’opinione pubblica e sull’idea stessa di Europa. «Il valore simbolico di un esercito comunitario è molto importante. Però dobbiamo sempre ricordare che una capacità operativa comune consegue a una federazione. Basti pensare agli Stati Uniti: all’indomani dell’indipendenza i singoli stati federali fornivano le proprie milizie, ma dopo la fine della guerra di secessione è stato creato un esercito comune. Le forze armate sono seguite all’Unione, non l’hanno preceduta».

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