«Cara Europa, ti salviamo noi»

Erasmus

Nieves, Tancredi, Lina e Fabrizio appartengono alla “Generazione Erasmus”. Storie diverse, un motto in comune: «Il nostro dovere è cambiare le cose»


La Giralda si alza maestosa, guarda Siviglia, ricorda che l’Europa è innanzitutto crocevia di popoli e luogo d’incontro. I lineamenti arabi del campanile sormontano la cattedrale, all’interno la tomba di Cristoforo Colombo sintetizza perfettamente il concetto di viaggio. Qui, dove cristianesimo e islam si mescolano fino a fondersi, Vox, partito dell’estrema destra spagnola, a dicembre, raccolse il 11% delle preferenze. «Assurdo, la gente ha la memoria corta. Non si rende conto di cosa significhi vivere nella dittatura. Per fortuna ad aprile è stato diverso». Nieves ha 28 anni, la laurea in pedagogia e un sogno nel cassetto: «Mi piacerebbe insegnare all’Università, sto completando la tesi per il dottorato di ricerca». Capelli castani, piercing al naso, occhio vispo e animo andaluso: «Dovremmo superare le chiusure, essere meno rigidi sui confini».

L’Erasmus l’ha portata in Italia, è stato un colpo di fulmine e non c’entrano i modi di dire. «Ho vissuto sei mesi in Sicilia, a Messina: lì ho trovato una famiglia, ma soprattutto Pablo». Spagnolo anche lui, ma di Burgos, al nord, stanno insieme dal 2014. Molti si conosciuti così: alcuni durano, altri no. Fa parte del gioco, ma le emozioni tocca viverle e va bene anche se alla fine le strade si dovessero separare. «A prescindere dalla mia relazione, è stata un’esperienza grandiosa, la consiglierei a chiunque. Anzi, credo tocchi proprio a noi promuoverla. Arrivare in un luogo sconosciuto, non sapere una parola. All’inizio è dura, poi impari e non vorresti andare via». L’aspetto umano si unisce alla crescita professionale: «Parlo l’Italiano e ho lasciato un sacco di amici lì, ci sentiamo sempre. Da noi è necessaria la certificazione di un’altra lingua per completare il corso di studi. Non avessi fatto l’Erasmus, non sarei mai arrivata a questo punto».
erasmus messina

Figli di un’Europa unita e multiculturale, cresciuti senza barriere e passaporti: «Accendi la Tv, ascolti i politici parlare e ti rendi conto di quanto siano superficiali e disinformati». Tancredi Cama, ciuffo biondissimo e faccia da bambino, apre la bocca per smentire le apparenze. A 24 anni, d’altronde, si può essere abbondantemente maturi: «Ho una laurea in economia, sin da piccolo fare i conti mi attirava da matti. A Roma, invece, studio Relazioni Internazionali». In mezzo, a fare da ponte, due Erasmus: «Esattamente. Salamanca e Barcellona – Annuisce convinto – uno accademico, l’altro di introduzione al mondo del lavoro. Ho svolto un tirocinio di sei mesi in un’azienda, una Srl, perché non mi precludo nulla e non è scritto da nessuna parte che il mio futuro sia in Italia».

Emigrato del terzo millennio: niente valigia di cartone, ma titoli di studio e un mantra scolpito in testa: «Le distanze sono esclusivamente mentali. Quando vivi all’estero, entri in contatto con ragazzi che custodiscono sogni uguali ai tuoi, affrontano gli stessi disagi, gioiscono per le gioie quotidiane e magari si lamentano perché il wifi non funziona o il padrone di casa non risponde così il lavandino continua a perdere». Spigliati e insieme coscienziosi, “Millennials” a cui hanno dipinto addosso una crisi di valori che evidentemente abita altrove: «Sono un Europeista convinto, ma dovrebbero esserlo tutti».

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Il tono diventa serio: «Abbiamo grosse libertà, non scoppiano guerre, l’economia è più solida» E gli scettici? «Certo, alcuni aspetti non vanno e si potrebbero migliorare. Sarebbe da stupidi negarlo. Ma davvero gli antidoti sono il sovranismo e la chiusura?» Il discorso si riempie rapidamente di tecnicismi: «Nessun Paese europeo, inteso come Stato-Nazione, può avere un ruolo di rilievo, economico o geopolitico. Solo uniti, in un contesto globalizzato, si tiene testa a colossi quali Cina e Usa. A dirla tutta, la soluzione, forse drastica, sarebbe un modello federale».

Lina è più sentimentale, viene dalla Giordania e si capisce subito. I tratti mediorientali sono evidenti, scivolano su un sorriso naturale e ammaliante: «We are all the same», afferma secca e la frase non lascia spazio a interpretazioni. «Un master mi ha riportata in Belgio –spiega in inglese-  «Frequentavo la Princess Sumaya University for Technology e, nel 2016, grazie all’Erasmus ho scoperto l’Europa». Allora viveva ad Hasselt, una cittadina di 70mila abitanti dinamica e vivace, famosa per il ginepro: «Sembrerò esagerata, ma non sono la stessa persona di prima e il merito è di quell’esperienza. Non l’avessi fatta, per esempio, oggi non starei affrontando questo percorso. Mi ha sconvolto la vita».

Al netto di qualche fisiologica difficoltà, ambientarsi non è stato complesso: «Sono rimasta piacevolmente colpita dalla conoscenza che le persone hanno dei luoghi dai quali provengo e della loro voglia di continuare a imparare». Culture diverse, per nulla incompatibili: «Ognuno ha la sua, guai se non fosse così. I belgi, ad esempio, sono riservati e introversi. Non lo sapevo e, all’inizio, credevo mi escludessero. In realtà, è bastato frequentarli per capire che il problema non fossi io». Un viaggio lungo, supportato da una missione: «Riguardo alla mia terra esistono numerosi luoghi comuni, se riesco a mutarne la percezione, almeno in qualcuno, è come se avessi, nel mio piccolo, cambiato il mondo».

Erasmus

Sottrarsi alle responsabilità, d’altronde, sarebbe un errore imperdonabile: «Dall’Europa abbiamo ricevuto tanto, è il momento di restituire qualcosa». Fabrizio Bitetto ha 30 anni: dieci ne sono trascorsi dal suo Erasmus a Madrid. «Per festeggiare l’anniversario tondo, un paio di mesi fa, abbiamo organizzato una rimpatriata, proprio nella capitale spagnola. E’ stato come se il tempo si fosse fermato». Alto quasi due metri, con l’accento milanese e una laurea al Politecnico appesa alla parete, sulla spallina si è attaccato i gradi di veterano: «Non sono vecchio, ma grande abbastanza per ricordare i controlli serrati alle frontiere e gli intoppi burocratici ogni volta che dovevi partire. Il problema vero è che si ha la percezione di un’entità astratta, lontana. Non è una visione vera, ma tocca a noi fornire gli argomenti per mutarla».

Ne ha in abbondanza: «Pensiamo al Roaming: la possibilità di telefonare gratis da ogni Paese dell’Unione. Sembra banale, eppure è attuale e rende bene l’idea di quotidianità. Se vai in Svizzera, non c’è e sei costretto a convivere con un disagio». Parla con cognizione di causa: «Sono stato fortunato, perché mia mamma insegnava inglese e già da bambino mi portava con lei durante le vacanze studio. Quando sono cresciuto, alla prima occasione, ho fatto l’Erasmus e al ritorno sono entrato in Esn». L’associazione si occupa di aiutare i ragazzi stranieri durante il loro soggiorno in Italia: cinquanta sezioni distribuite lungo lo Stivale, da Trento a Palermo. «Per due anni ho fatto il presidente locale, mentre nel 2015 ho ricoperto la stessa carica a livello italiano».

Un cursus honurum dal marcato imprinting internazionale: «Adesso sono amministratore delegato di Garage Erasmus, una fondazione nata con lo scopo di mettere in contatto, tramite una piattaforma, i ragazzi reduci dall’Erasmus per provare a cambiare insieme l’Europa». Ambizione importante, forse troppo: «Si tratta di figure dalla spiccata professionalità, molto ricercati dalle aziende con cui spesso li mettiamo in contatto, finendo per trovargli un lavoro». La lotta alla disoccupazione transita anche da lì: «Il titolo accademico non basta più. Ci siamo accorti di quanto, invece, ci si concentri sulle esperienze extracurriculari. l’Erasmus, in tal senso, aiuta notevolmente». Altro che perdita di tempo: partire per credere.

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