Matteo Rovere racconta “Il primo re”. «Tremate, questa è Roma»

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Il regista romano ha parlato alla Stampa Estera del suo ultimo progetto che racconta la genesi dell’impero che dominò il mondo. «Una storia di sangue in cui il cattivo è Dio»


«Cerco di dare sincerità. Mi piace il cinema d’autore e sono un grande fan della scuola messicana, da Cuarón a Iñárritu». Parola di Matteo Rovere, 37enne regista e produttore romano, autore de Il primo re dove il suo concetto di cinema si esprime senza limiti.

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Esperimento talmente riuscito da portare alla realizzazione nel corso di quest’anno di una serie tv in collaborazione con l’Inghilterra che narrerà la fondazione di Roma escludendo «gli elementi fantasy, altrimenti si finirebbe troppo nel mondo di Game of Thrones», chiarisce il regista. Niente Romolo e Remo, ma i movimenti tribali e di coesione dei popoli che portarono alla nascita dell’impero che dominò il mondo. «Darò spazio ai sentimenti primari e alla religione, dato che non ho avuto modo di analizzarli a pieno nel film».

Ne Il primo re la genesi dell’Urbe, avvenuta nel 753 a.C., si tramuta in un mero pretesto, un punto di arrivo, per raccontare qualcosa di più profondo e intimo: il legame fra due fratelli, Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi). «Mi sono interrogato su come rendere attuale un mito importante per la storia italiana – spiega Rovere – per questo mi sono avvalso dell’aiuto di archeologici, semiologi e glottologi dell’antichità per dare credibilità al film». Una scelta coraggiosa quella del regista, che ha realizzato le oltre due ore della pellicola interamente in protolatino: «Una fusione tra latino classico e indoeuropeo, creata dagli studiosi poiché difficile risalire alla lingua originale di quell’epoca».

 

 

Due uniti come uno, come la foglia e il suo dorso”, profetizza a Remo la sacerdotessa della dea Vesta Satnei (Tania Garribba). «Volevo raccontare la fratellanza, quella “brotherhood” che rende Romolo e Remo due facce della stessa medaglia». L’uno religioso, l’altro laico, il sacro e il profano che si scontrano all’insegna del concetto del libero arbitrio. “Di due ne resterà uno. Il fratello ucciderà il fratello”. Una storia di sangue dove «Il villain è Dio», come sostiene il regista, calata in un mondo duro dove l’imperativo è la propria sopravvivenza. È infatti la divinità, parlando attraverso la sacerdotessa, ad annunciare la lotta fratricida su cui si fonderà il futuro impero romano. Un destino a cui l’uomo non può sottrarsi anche se, come Remo, si prova a combatterlo.

 

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Una narrazione che si dipana all’interno dei boschi e delle radure del Lazio, luoghi incontaminati che mantengono la loro formazione naturale grazie al WWF. «Abbiamo avuto la possibilità di girare ad Alviano, in Umbria, e a Farfa, vicino Nettuno – continua Rovere – Il 90% delle riprese è stato fatto in Italia, mentre per il resto siamo stati anche in Colombia e Ungheria». Scenari incredibili valorizzati da un eccellente lavoro di estetica fotografica, realizzata da Daniele Ciprì. «Le fonti di luce sono esclusivamente naturali e l’uso della computer grafica è ridotto all’osso».

 

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Star del progetto è Alessandro Borghi, sostenuto da un cast composto principalmente da attori teatrali. «Come Borghi non c’è nessuno, questo film lo poteva realizzare solo lui – spiega il regista – quando lo contattai gli dissi “Se non accetti, non faccio nulla”. Per fortuna ha dato la sua disponibilità».

Matteo Rovere mostra che anche l’Italia è in grado di realizzare film internazionali, capaci di distaccarsi da un mercato in cui a dominare è sempre la commedia. «La nostra commedia non può essere esportata in quanto si basa molto su dialetti e diffusione locale. Ciò che ci manca è un movimento che possa dar vita a film vendibili all’estero. Non dimentichiamoci che dopo l’America siamo noi ad aver ottenuto il maggior numero di statuette agli Oscar».

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