Firas, la startup che fa rinascere le auto d’epoca con la stampa 3D

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Alle porte di Roma sorge un'innovativa azienda che utilizza le moderne tecniche di stampa 3D per risolvere uno dei problemi più sentiti dagli appassionati di auto d'epoca: la scarsa reperibilità dei ricambi


Un muro di cartongesso divide l’ambiente in due parti. Da un lato alcuni meccanici impegnati a smontare le portiere dal relitto di un’auto – che sembrerebbe un’Alfetta degli anni’70. Dall’altro una serie di scrivanie con gente indaffarata al computer, o riversa su strani macchinari simili a microscopi. A colpire è la contrapposizione tra le due scene, tra il rumore delle chiavi inglesi che sbattono e il silenzio quasi liturgico che regna dall’altra parte; tra le tute sporche di grasso degli operai e i camici bianchi degli ‘scienziati’. Persino il movimento sembra avere un’intensità diversa attraverso il muro: i meccanici lavorano con fare energico, quasi lottano contro le lamiere rapprese dal tempo, gli uomini dall’altro lato si esibiscono in gesti attenti e misurati, che ricordano un laboratorio chimico. Non si tratta di un esempio di coworking particolarmente stravagante, per quanto la condivisione degli spazi si stia diffondendo anche nei capannoni industriali. A farcelo capire è la scritta rossa che, abbracciando entrambi gli ambienti, annuncia che ci troviamo in un’unica realtà, la sede della Firas – Fabbrica Italiana Ricambi Auto Storiche.

Questa giovane startup, nata alcuni mesi fa nella zona industriale di Monterotondo, a pochi chilometri da Roma, si propone di applicare le più moderne tecnologie di stampa 3D a oggetti del passato quali le auto d’epoca. In particolare, questi ragazzi stanno cercando di dare una risposta ad uno dei problemi più sentiti per chiunque possegga, o aspiri a entrare in possesso, di un’auto ultra-ventennale: la scarsa reperibilità dei ricambi. Una criticità che affligge gli appassionati di veicoli storici e che spesso dissuade molte persone dall’entrare in questo mondo (o in questo circolo vizioso, in base ai punti di vista).

«Lo scopo di Firas è garantire all’automobilista la tranquillità di girare con la propria auto d’epoca senza il timore di imprevisti irreparabili – ci spiega Daniele Tomassucci, uno dei soci fondatori e project manager dell’azienda -. Abbiamo scelto di occuparci di auto d’epoca perché hanno un valore intrinseco che non si può esprimere solo in termini economici; perché utilizzare un’auto d’epoca è un’esperienza che non ha nulla a che fare con il possesso, riguarda l’identità; perché volevamo coniugare il più alto grado di innovazione con oggetti di carattere culturale; infine, perché la difficoltà nel trovare i ricambi è un problema che nessuno è ancora riuscito a risolvere e che preoccupa sempre più gli appassionati, portando spesso i proprietari a non vivere con serenità le loro auto».

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Con un organico composto da una decina di persone tra tecnici, informatici e meccanici, la Firas è un’azienda ancora in fase di espansione: «Siamo arrivati qui a settembre 2018. Per tutto l’anno prima abbiamo condotto una fase di sperimentazione, in modo da essere sicuri che, una volta aperta la Firas, saremmo stati in grado di rispondere positivamente a tutte le problematiche. Abbiamo voluto simulare tutte le richieste che avremmo potuto ricevere, per vedere se le tecniche o i macchinari selezionati fossero quelli giusti. Quando decidi di aprire una start-up non puoi avere la certezza di cosa dovrai affrontare, per cui ha la necessità di stressare il sistema prima di iniziare ad investire».

Parlando con Daniele scopriamo che il separè che ha attirato all’inizio la nostra attenzione è una scelta voluta. Un muro che, oltre ad avere uno scopo funzionale, mette in evidenza le due anime della Firas: «Noi uniamo l’esperienza e l’artigianalità dell’officina meccanica alle più moderne tecnologie di stampa 3D. Inoltre, i nostri ricambi sono a metà tra oggetti artigianali e industriali. Vengono realizzati con tecniche che possono essere definite industriali, però il tipo di richiesta, di lavorazione, e di valore che questi oggetti hanno sono tipici delle produzioni artigianali».

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Una caratteristica, quella di essere un trait d’union tra due mondi, che costituisce la specificità della Firas e al contempo un vantaggio rispetto a realtà ben più grandi e blasonate, come Porsche, che pure ultimamente si è lanciata sulla tecnologia 3D per replicare i ricambi delle sue auto d’epoca. «Per le grandi aziende si tratta di assolvere ad un’esigenza di marketing e di customer care verso i clienti facoltosi, più che di un settore di produzione redditizio. Questi brand rappresentano l’industria automobilistica old school, a cui continuerà sempre ad interessare la produzione su ampi volumi. Tutti i costruttori di automobili esistono per soddisfare una domanda di massa, e non per ascoltare ed assecondare i bisogni di pochi clienti. Noi, invece, possiamo dare agli appassionati un servizio su misura».

«Il cliente viene da te con un’auto che ha affrontato il tempo. Un’auto che ha subito delle deformazioni tali per cui sotto la sua pelle non è più come appena uscita dalla catena di montaggio, anche se esternamente sembra immacolata. Le auto d’epoca sono qualcosa che assomiglia più ad un essere vivente che ad un oggetto di puro design e ingegneria. Sono come gli strumenti musicali, come i violini: si fanno plasmare dal tempo e acquisiscono una conformazione unica. Ed è per questo che non ne esiste una identica ad un’altra. Quando le smontiamo ogni auto ci racconta storie diverse, e in quel momento si può capire su che strade ha camminato, in che modo è stata guidata, quante notti ha dormito all’aperto. Di conseguenza, spesso, un oggetto riprodotto in maniera identica all’originale non calza più a pennello sull’auto, ed è necessario operare alcuni aggiustamenti sul ricambio o sulla vettura. Questa assistenza su misura, di stampo quasi ‘clinico’, può essere assicurata solo da personale che ha il tempo, la passione e l’esperienza per seguire il cliente in ogni sua esigenza, ed è più simile alla prestazione di un servizio che ad una produzione industriale».

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Le parole del nostro interlocutore tradiscono una ‘lieve’ passione per le vetture d’antan, proviamo quindi a ricondurlo su sentieri meno emotivi e gli chiediamo di spiegarci per sommi capi le varie fasi produttive: «Anzitutto esaminiamo in maniera visiva il componente da riprodurre – facciamo l’esempio di un pomello del cambio – e cerchiamo di capire quali interventi sono necessari per riportarlo alle sue condizioni originarie. Successivamente scansioniamo l’oggetto in 3D grazie ad un macchinario che ne crea una sorta di alter ego virtuale. Una volta digitalizzato, possiamo analizzare il nostro pomello ad una risoluzione inferiore al decimo di millimetro, in modo da renderci conto di tutti i danni e le imperfezioni che presenta. A questo punto reingegnerizziamo il pezzo per riportarlo alle sue condizioni iniziali (se ha delle deformazioni le compensiamo, se ha delle parti mancanti le ricostruiamo ecc). A volte possiamo persino migliorare il componente originario, costruendone una versione più resistente e affidabile».

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«Per quanto riguarda la fase produttiva, esistono tre tecniche principali. Anzitutto la stampa a fusione di filamenti: come dice il nome, un rocchetto su cui è avvolto un filamento plastico viene srotolato e il materiale viene inviato ad un ugello che lo scioglie in un getto di plastica fusa. L’oggetto si forma in seguito alla sovrapposizione di tanti strati che si depositano sul piatto da lavoro in base alla scansione tridimensionale caricata su uno specifico software. Vi è poi la stampa a resina, in cui una vasca con all’interno un polimero liquido viene attraversata da un fascio di luce proveniente da uno speciale proiettore. La parte di polimero che viene esposta alla luce si indurisce, mentre un braccio meccanico si alza progressivamente dalla vasca facendo ‘fuoriuscire’ l’oggetto solidificato dal liquido».

«Infine, abbiamo la stampa a polvere. Un carrello viene riempito con della polvere termoplastica mentre dalla parte superiore della stampante un ugello spruzza un legante. Il carrello scorre progressivamente verso il basso, un nuovo strato di polvere viene steso e viene spruzzata un’ulteriore mano di collante. Alla fine dell’operazione il carrello viene svuotato della polvere e al suo interno rimane l’oggetto solidificato. Ma il lavoro non finisce qui, perché dopo lo stampaggio l’oggetto deve affrontare ore e ore di post-produzione, ovvero tutte quelle lavorazioni superficiali come la limatura e la verniciatura».

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Alla Firas sono consapevoli di aver in mano un progetto potenzialmente vincente. L’azienda di Monterotondo non solo è nata da un’idea innovativa, ma – a differenza di molte altre startup che durano il tempo di una stagione – dispone anche degli strumenti materiali per rispondere ad un’esigenza reale dei consumatori. Questi ragazzi sanno altrettanto bene che, dopo aver messo in piedi l’azienda, sarà fondamentale la sua promozione (la piattaforma social è in fase di elaborazione) e il formato utilizzato per la diffusione sul mercato, ma le sfide future non sembrano intimorirli: «La formula commerciale a cui abbiamo pensato è quella del franchising – conclude Daniele Tomassucci -. L’obiettivo è rendere la nostra tecnologia accessibile al più ampio pubblico possibile. Per questo vogliamo fare in modo che officine, restauratori e ricambisti possano aderire al nostro progetto e aprire un punto Firas. I commercianti potranno gestire a loro piacimento l’attività, e quindi provvedere a restauri e riparazioni in autonomia. Tuttavia, qualora dovessero incorrere in un ricambio introvabile, avrebbero la certezza di poter contare sulla nostra tecnologia per poterlo riprodurre. Qui a Monterotondo c’è già un esempio di questa ricetta. Quello dove stanno operando i meccanici è un punto Firas – il primo di una catena che con il tempo speriamo si diffonda in tutto il Paese -, mentre dall’altra parte del capannone, dove ci sono le stampanti, bè quella è la sede della Firas». In mezzo, a separare i due volti di questa azienda, ancora una volta c’è il nostro amato muro di cartongesso.

 

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