«I militari non stanno abbandonando Maduro»

Venezuelans attends a march in Santa Cruz de Tenerife

Dopo due giorni di tensioni tra opposizione e regime, il bilancio è di un morto e decine di feriti. Una situazione di stallo che non accenna ad avviarsi a una risoluzione pacifica. Ma secondo l'ex Ambasciatore italiano in Cile ai tempi di Pinochet, il regime è ancora in controllo delle forze armate


Il Venezuela è tornato a reclamare l’attenzione di tutto il mondo negli ultimi giorni. L’oppositore del regime bolivariano Juan Guaidó ha chiamato all’insurrezione popolare i venezuelani e si è fatto vedere in giro in compagnia di alcuni militari che hanno abbandonato Nicolás Maduro per passare dalla sua parte. Proprio la defezione di una parte  minoritaria dei militari preoccupa il governo, che anche per questa ragione non sta spingendo verso la repressione dura del movimento di Guaidó; è stato liberato lo storico oppositore del regime Leopoldo Lopez, ex-sindaco di Chacao, che poi si è rifugiato presso l’Ambasciata spagnola. Altro segnale che le opposizioni godono di una certa libertà di movimento a Caracas. Il consigliere Ispi e ex Ambasciatore in Cile, Tunisia e Arabia Saudita Armando Sanguini è intervenuto ai microfoni di Linea Notte, su Raitre, ricordando che tutto il caos di questi giorni «comincia con una fake news: e cioè che i militari stiano abbandonando Maduro».

Maduro attends an act on the ocassion of International Worker's DayIl gioco di dichiarazioni aggressive tra Russia e Stati Uniti, con toni da Guerra fredda, secondo l’ambasciatore «diventano un braccio di ferro rischioso». «C’è qualcosa di peculiare: come fu la prima settimana, anche stavolta Guaidó sembrava dover muovere l’attacco decisivo, ma così non è stato. Anche gli Stati Uniti sono intervenuti apertamente a sostegno di quest’idea di momento decisivo. Eppure non è successo». Il presidente Donald Trump ha minacciato Cuba di ritorsioni nel caso di aiuto militare a Maduro. Dalla Russia e dalla Turchia i ministeri degli esteri hanno parlato di «indebita ingerenza statunitense». Sanguini però non vede un pericolo concreto di “escalation”: «Non penso che sia interesse della Russia arrivare a un punto di rottura. Negli ultimi decenni gli Usa hanno risolto situazioni come quella del Venezuela con le armi. Tuttavia non penso che stavolta succederà».

Un primo maggio molto difficile che si è chiuso con almeno 50 persone che sono rimaste ferite e cinque che sono state uccise durante i nuovi scontri tra polizia e manifestanti a Caracas. Grave, ma non il bilancio di una guerra civile, questo è certo. Una grande parte della popolazione venezuelana, soprattutto tra gli strati più bassi della scala sociale, rimane fedele al regime al quale deve l’uscita dalla miseria assoluta. Non a caso gli scontri e le manifestazioni a favore del leader oppositore si concentrano nella capitale.

Guaidó, riconosciuto come presidente da più di 50 paesi, ha chiamato i suoi fedeli allo sciopero generale. Maduro, da parte sua, ha dapprima minacciato di arrestare i colpevoli del tentato colpo di Stato e i «traditori» tra i militari che gli hanno girato le spalle, poi ha detto di voler recepire le critiche di quella parte di popolazione che lo contesta per disporre “un piano per i cambiamenti” per il Venezuela.

L’articolo 233 della costituzione bolivariana, invocato da Guaidó al momento di autodefinirsi presidente del Paese, codifica i casi di sopravvenuta impossibilità fisica o abbandono della carica da parte del presidente: non risultando niente del genere per quanto riguarda Maduro, da un punto di vista istituzionale non esiste una ragione per accettare la legittimità della “presidenza” del leader dell’opposizione. Un elemento che impedisce inevitabilmente qualunque intervento risolutivo della comunità internazionale.

Nel nostro Paese, il Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha dichiarato stamattina che l’Italia è «contraria all’opzione militare».

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