Spagna, il governo è un rebus: Sanchez vince ma è solo, destra radicale oltre il 10%

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Socialisti bene, giù popolari e Podemos. Vox entra in parlamento con 24 seggi. Per la maggioranza servirà un accordo tra Psoe e nazionalisti catalani


La Spagna ha votato per eleggere i propri rappresentanti al parlamento nazionale. Il Partito socialista guidato da Pedro Sanchez ha vinto le elezioni generali, risultando di gran lunga il primo partito con il 28,68%, e l’unico in grado di formare un governo, anche se riuscirci non sarà facile. Il Partito popolare, che si presentava guidato con il volto nuovo di Pablo Casado, ha riportato un risultato basso al di là delle più pessimistiche previsioni: con il 16,70% dei voti validi, passa da 135 a soli 66 seggi in parlamento.

Affluenza record

Il 75,78 degli aventi diritto si è recato alle urne. Nel 2016 la soglia si era fermata al 66,48%. Toccherà alle analisi dei flussi elettorali individuare quale sia stato il principale fattore di attrazione per l’elettorato che è tornato alle urne: stiamo parlando di diversi milioni di persone.

Lo scenario parlamentare

La maggioranza assoluta alle Cortes è di 176 parlamentari: con i suoi 125 scranni conquistati, il Psoe è in predicato di incaricarsi della formazione di un governo per i prossimi quattro anni.

>>>ANSA/Spagna: primi dati reali, socialisti in testa con 128 seggiPodemos – il partito di sinistra guidato da Pablo Iglesias – è uscito dalle urne fortemente ridimensionato rispetto alle elezioni del 2016 (quando aveva riportato il 21,15% dei consensi, sfiorando addirittura il sorpasso ai socialisti) con un modesto 11,95%: questo significa che un’eventuale ripetizione dell’alleanza di sinistra non basterebbe a garantire i numeri per una maggioranza. Grazie anche all’alleanza con i movimenti della sinistra catalana di En comú Podem, Iglesias disporrà nella prossima legislatura di 42 parlamentari, che sommati a quelli del Psoe darebbe un totale di 165: ne mancherebbero una decina per formare il governo.
A questo punto gli scenari possibili non sono moltissimi: Ciudadanos, il nuovo partito di centrodestra condotto da Albert Rivera al 15,86%, era stato suggerito da qualcuno come possibile interlocutore: secca smentita – ufficiale – stamattina. Rivera si è tirato fuori da qualunque trattativa di governo con il Psoe. Eventuali sviluppi in questa direzione, che sarebbero comunque sorprendenti visto che le rispettive basi avversano qualunque soluzione di convergenza, si concretizzerebbero dopo le elezioni europee.

Rispetto al meccanismo della fiducia parlamentare, a cui è legata la formazione di un governo in Italia, la Costituzione spagnola funziona diversamente: Sanchez potrebbe anche formare un governo di minoranza, con l’astensione al voto degli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana de Catalunya.

Questa è attualmente la strada che la base socialista considera come quella preferita, ma non così la dirigenza: significherebbe fare accordi sui prigionieri politici catalani, e ridiscutere di concessioni in senso indipendentista con la Catalogna. Sanchez attualmente non prende in considerazione questa strada.
L’alleanza con Podemos, che invece appoggerebbe di buon grado un governo con Erc, può attendere, almeno nelle dichiarazioni di queste prime ore, e nel solco dell’ultimo anno, durante il quale Podemos si era sfilato dal governo, visti anche i sondaggi che davano come sgradita dalla base l’alleanza progressista. E il risultato elettorale non ha fatto che confermare questa rilevazione.

Comunque vada, si prospettano diverse settimane di stallo, situazione peraltro alla quale i cittadini spagnoli soLA SPAGNA DOMANI AL VOTO, OCCHI PUNTATI SULL'ULTRADESTRAno ormai abituati.

Destra in subbuglio

Il fronte delle destre è uscito dalle urne sconfitto. Il Partito popolare è ai minimi storici, schiacciato dalla conferma del consenso radunatosi attorno a Rivera, che ha incrementato i seggi rispetto al 2016 da 32 a 57, ma soprattutto dall’esplosione di Vox, il partito di destra oltranzista nato da una costola del Pp e guidato dal leader Santiago Abascal al 10,3%, che rispetto allo 0,2 del 2016 segna un passaggio da 0 a 24 seggi parlamentari.

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