Prendersi il mondo con una risata

WhatsApp Image 2019-04-20 at 15.51.22

Edoardo Ferrario e Francesco De Carlo sono i primi italiani a portare uno spettacolo di stand up comedy su Netflix, mettendo in scena un’ironia fresca e pungente. Un modo nuovo di fare comicità nel nostro Paese, ma sempre più popolare


Li vedi sbarcare su Netflix e pensi a quanto possa essere stato lungo e difficile il percorso per arrivare lì. Invece Edoardo Ferrario e Francesco De Carlo, i primi comici italiani a debuttare con uno spettacolo di stand up sulla piattaforma streaming più grande al mondo (con Temi Caldi il primo, con Cose dell’altro mondo il secondo, mentre il 13 maggio uscirà Il Satiro di Saverio Raimondo), liquidano il tutto in due parole: «Le case di produzione Dazzle e Aguilar ci hanno proposto a Netflix, abbiamo preparato lo spettacolo e loro lo hanno accettato». Più facile di così. L’emozione poi traspare: «Essere visibili in 190 Paesi ti responsabilizza, ti spinge a fare sempre di più e a curare sempre meglio i dettagli. Ricevere commenti positivi da spettatori non italiani è una grandissima soddisfazione», dice Ferrario. «Fino alla messa in onda non ci credevo, mi dicevo ‘ma dai, io su Netflix, non è vero’. Poi ho visto i primi due minuti e devo dire che sono andato bene», scherza De Carlo.

Facile però non lo è stato per niente. Romani, amici da tempo, laureati uno in Giurisprudenza e l’altro in Scienze Politiche, hanno fatto gavetta nei teatri cabaret della capitale e della provincia italiana, prima di esplorare strade diverse. Ferrario, classe ’87, ha esordito su La7 con Un, Due, Tre stella di Sabina Guzzanti per poi dedicarsi alla serie web Esami (più di un milione di visualizzazioni per episodio) con cui ha raggiunto la notorietà. De Carlo, di otto anni più grande, è passato dalla radio alla tv (anche lui nella squadra della Guzzanti) prima di trasferirsi a Londra per provare sfondare nel mercato internazionale della stand up comedy. Con successo.

Sul palco portano un’ironia fresca e irresistibile, riuscendo ad intrattenere da soli un intero teatro per più di un’ora. Senza ricorrere a tormentoni, alle battute facili e alle volgarità, semplicemente raccontando storie di vita comune viste sotto la lente della comicità. Non si ride perché un personaggio ripete un’espressione buffa fino allo sfinimento, né perché un altro apostrofa la suocera in cento modi diversi. Lo si fa nel sentire l’avversione di un trentenne verso le birrerie artigianali, o la frustrazione di chi non riesce a fare il comico in Italia perché «qui anche i fascisti sono simpatici» (non indignatevi, recuperate Cose dell’altro mondo e la battuta avrà più senso). Uno stile nuovo per il nostro pubblico ma solido nei Paesi anglosassoni, in cui il genere della stand up è nato. Ora però le cose sembrano cambiate.

«Il modello Zelig – che ha ispirato programmi diversi, ma simili nella forma – ha avuto un grande successo, alla lunga però diventa ripetitivo. Ci sono sempre le stesse facce, battute e dinamiche e dopo anni la gente si stanca», spiega De Carlo: «È anche normale che ad un certo punto un programma finisca, entrano in crisi le grandi produzioni, perché non dovrebbe succedere con il cabaret. I giovani, poi, non riescono ad entrare troppo in sintonia con quel tipo di comicità». Il motivo, per Ferrario, è semplice: «Su internet trovi i mostri sacri della stand up anglosassone che fanno cose totalmente diverse da quelle cui siamo abituati qui». Più scorrette, più assurde, «ma più vere». Conosciuto quel mondo non si torna indietro.

https://www.instagram.com/p/BvCWSRWFcs_/

«La cosa più bella della stand up è il suo carattere molto intimo e democratico», prosegue Ferrario: «Sei tu, da solo, con un microfono in mano davanti ad un pubblico. Se piaci lo sai subito, se non piaci anche. Vedere gli spettatori ridere ad una tua battuta dà un’energia clamorosa». C’è poi un elemento portante del genere che dalla comicità italiana sembra essere sparito: «Il cinismo. Presto riscopriremo il gusto dello scorretto, della satira fatta bene. Abbiamo abbandonato questa caratteristica tipica della prima commedia italiana, rimpiazzandola con qualcosa di molto più rassicurante e innocuo», commenta De Carlo.

I programmi non cambiano perché sono le stesse televisioni a non volerlo fare. Su questo i due sono d’accordo: «In tv è difficile fare la comicità che amiamo, c’è una paura di innovare immotivata. In fondo il pubblico vuole originalità», dice uno. «Ho lavorato in Rai con Edoardo e altri comici bravissimi, ma dopo che registri due puntate finisce lì e rimani in attesa di una chiamata. La nostra generazione ce la può fare, c’è tantissimo talento, ma è difficile programmare. Alla fine uno capisce che non può andare avanti così e decide di emigrare», risponde l’altro, che sulla sua esperienza da emigrato in Inghilterra ha anche scritto un libro (La mia Brexit, Bompiani, 2019). «Nel libro racconto perché un uomo diventa comico e perché un comico decide di andare all’estero. L’Inghilterra è il posto giusto per crescere, il mercato è più sviluppato e ci sono moltissime opportunità».

 

View this post on Instagram

“Cose di questo mondo” è su NETFLIX Uno spettacolo di un'ora su fascisti simpatici, cattive abitudini e centrifughe carote e sedano. Sarà disponibile in 190 paesi: chissà come hanno tradotto “Bucatino” in coreano… Grazie di cuore a Giulio D'Antona, Jacopo Cirillo, Davide Azzolini, Teo Segale e la Santeria Toscana 31 di Milano, Francesco Imperato e la sua magnifica squadra, Netflix tutta e ogni persona che mi sopporta/supporta. My Netflix special is out! One-hour show about funny fascists, bad habits and carrot shakes. It will be available in 190 countries. It's in Italian, but there are so many subtitles…so you can whatch it wherever you are. Spread the word! #netflix #francescodecarlo #standup #comedy #comico #comicità #cosediquestomondo @netflixit

A post shared by Francesco De Carlo (@francescodecarl) on

Sul punto Ferrario, che grazie alla visibilità sul web ha iniziato a lavorare stabilmente per la Rai (Quelli che il Calcio, I sociopatici e Black Out su Radio2) e a girare l’Italia con i suoi spettacoli, non è del tutto d’accordo: «In Italia c’è possibilità di lavorare bene e non c’è per forza bisogno di emigrare, ma è vero che non abbiamo un mercato pronto a competere con quelli internazionali». Il rimanere a Roma non gli ha però impedito di girare l’Europa: «Ho fatto spettacoli a Berlino e Amsterdam in italiano, ne farò altri all’estero in inglese, anche negli Stati Uniti. La stand up è un linguaggio internazionale, è facile farsi conoscere, entrare in contatto con altri comici e iniziare a collaborare». Pur non essendo legato alla tradizione cabarettistica italiana, i punti di riferimento non sono solo stranieri: «Amo la comicità in tutte le sue forme, mi piace anche fare imitazioni e creare personaggi. Per quest’ultimo aspetto mi ispiro alla caratterizzazione e allo studio iperrealista dei soggetti di Carlo Verdone e Corrado Guzzanti. I miei monologhi sono pieni di personaggi e hanno un contenuto molto italiano».

Le possibilità di girare il mondo Francesco De Carlo le ha avute grazie all’esperienza inglese, con la quale ha conosciuto Eddie Izzard (comico, attore e sceneggiatore britannico tra i più importanti) che è diventato suo amico e produttore. «Mi sono esibito al Fringe di Edimburgo, il festival delle arti più grande al mondo, e ho fatto spettacoli in 15 Paesi. La Corea del Sud mi è sembrato un posto strano, il pubblico peggiore quello olandese. Il migliore in assoluto in Sud Africa». Ad Edimburgo ci tornerà anche quest’estate: «Il Fringe è un’esperienza incredibile che qualsiasi artista deve fare. È un mese intero ad altissima intensità, una ventata di freschezza fondamentale. Io lì ci ho perso una ragazza, la salute, i capelli, ma ne vale la pena». Per ora, però, «penso a girare l’Italia con il libro e lo spettacolo».

Ragazzi che studiano, viaggiano, si aggiornano e riescono sempre ad essere diversi e originali. È la nuova generazione dei comici italiani.

condividi