I Saud alla conquista del motorsport, dal 2020 la Dakar si sposta in Arabia Saudita

epa07290551 Australian Toby Price of KTM during the ninth stage of the Rally Dakar 2018, in Pisco, Peru, 16 January 2019.  EPA/Ernesto Arias

Costretta ad abbandonare l’Africa nel 2009 per le minacce terroristiche, dal 2020 la Dakar lascerà il Sud America per traslocare nuovamente. Destinazione? L'Arabia Saudita


Ai profani i deserti sembrano tutti uguali. Ma gli specialisti del rally raid più famoso al mondo, la Dakar, sanno distinguere bene il pietrisco dell’hammada sahariano, dalla polvere del deserto cileno di Atacama. Dovranno imparare a conoscere altrettanto bene la sabbia del Rubʿ al-Khālī arabico. A partire dal 2020, infatti, le prossime cinque edizioni della Dakar si disputeranno in Arabia Saudita, grazie ad un corposo contributo economico dato dalla famiglia reale saudita all’Amaury Sport Organisation (Aso), l’organizzatore del rally raid.

Il neo-direttore della Dakar, David Castera, nell’anticipare la notizia ai microfoni di France TV Sport ha tradito non poco entusiasmo: «Ho visto dune a perdita d’occhio, ce ne sono quasi troppe. Poi costeggeremo il Mar Rosso, con altre montagne e rocce. Ci saranno anche tante vallate, credo sarà un’opportunità enorme per giocare con la navigazione. Sarà un vero rally-raid, un tour completo dell’Arabia Saudita. Ci sono tutti gli ingredienti. Andare in Arabia Saudita mi affascina, sono convinto sarà una sensazione condivisa da tutti i corridori, piloti e copiloti. Da direttore dell’evento, è una sfida enorme da affrontare, partendo da una pagina vuota e con possibilità infinite. Sport, navigazione, il desiderio di superarsi, saranno tutti aspetti che verranno naturalmente osannati in questo territorio che sembra fatto per i rally raid».

Nessuno dubita che le parole di Castera siano alimentate da emozione autentica nei confronti di una nuova sfida. Il nuovo presidente della Dakar non proviene infatti dal freddo mondo dei manager in giacca e cravatta, ma da quello delle tute da pilota. Castera ha corso a lungo sulle moto e ha partecipato più volte alla Dakar come navigatore di Cyril Despres e Peterhansel e, molto probabilmente, invidierà coloro che dal 2020 potranno confrontarsi con le dune dell’Arabia Saudita mentre lui dovrà rimanere a guardare. Nonostante sia difficile dubitare del sincero amore per l’avvenuta e per l’ignoto di una persona come Castera, ben più usi ai giochi di potere e ai calcoli sono i manager dell’Aso (un colosso che oltre alla Dakar, organizza anche Tour de France, Vuelta e Parigi-Roubaix). Le parole di Castera quindi riescono a stento a nascondere la reale motivazione di questo ennesimo spostamento della Dakar: il business.

In vista del suo piano di sviluppo Vision 2030, finalizzato a differenziare le fonti di introiti e diminuire la dipendenza dalle risorse petrolifere, l’Arabia Saudita sta puntando massicciamente anche sugli investimenti in ambito sportivo. Il piano fortemente voluto dal principe ereditario Moḥammad bin Salmān riserva grande spazio al motorsport, che è sbarcato nel Paese in pompa magna con due eventi di rilievo mondiale: l’E-Prix di Riad e la Race Of Champions a inizio 2018. L’arrivo della Dakar è una grande vittoria per la famiglia reale, che spera di ottenere un enorme ritorno economico e in termini di visibilità, e di inserire stabilmente l’Arabia Saudita nella cerchia dei ‘Brics’ del motorsport (Cina, India, Azerbaigian, Vietnam, Russia), nonché di pareggiare i conti con gli altri paesi della regione che già ospitano grandi eventi motoristici (Abu Dhabi, Qatar, Dubai). E pazienza se qualcuno potrebbe gridare al paradosso di un paese che sta assumendo un ruolo crescente nel motorsport, ma fino a meno di un anno fa vietava ad una ‘trascurabile’ porzione di abitanti – le donne – di guidare qualsiasi automobile.

Senza voler cadere nella retorica etnocentrica in base alla quale i detentori autentici della cultura motoristica sarebbero occidentali e giapponesi, che quindi sarebbero gli unici legittimati ad ospitare eventi motoristici nel loro territorio, sorgono spontanei alcuni dubbi sulla scelta dell’Arabia Saudita come teatro per la Dakar. Nel 2009 la competizione ha abbandonato la sua storica ambientazione africana per trasferirsi in Sud America, a causa della diffusione del terrorismo islamico nei paesi del Magreb e del Sahel, e della conseguente impossibilità di garantire la sicurezza dei partecipanti. Adesso tutto il circus milionario dell’evento verrà accolto da un paese che sul piano internazionale è accusato di sostenere in maniera più o meno occulta varie sigle terroristiche (non sono pochi i governi che hanno paventato collegamenti tra l’Arabia Saudita e l’Isis negli ultimi anni).

In secondo luogo, un evento come la Dakar è per definizione una corsa a tappe, che attraversa i confini di più paesi. Questa sua natura transnazionale sembra essere difficilmente replicabile nelle future edizioni in terra saudita. Lo stato dei Saud è infatti un’isola felice circondata da paesi che versano in condizioni di sicurezza a dir poco precarie, basti ricordare la guerra in Yemen, la diffusione dei gruppi terroristici nel Sinai e l’instabilità in Iraq. Non è infatti un mistero che l’Arabia Saudita sia la porta di una delle regioni più tormentate del mondo che risponde al nome di Medio-Oriente.

La notizia della nuova casa della Dakar è stata salutata con entusiasmo da appassionati e team partecipanti e di sicuro  le imprevedibili dune del deserto arabico non lesineranno sullo spettacolo. Forse, è persino nella natura di questo sport – che rimane uno dei più avventurosi (e rischiosi) – cercare di continuo nuovi orizzonti da esplorare. Nessuno meglio di David Castera può dirlo: «Guardando indietro, ai primi ricordi della Dakar e le prime esperienze da concorrente, ho sempre pensato che questo rally, come nessun altro, porti con sé il concetto della scoperta, un viaggio nell’ignoto». Insomma, quello che manca alla nuova Dakar saudita è la coerenza, non certo il fascino.

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