Radio Radicale verso la chiusura. Il direttore: «Dal governo nessuno spiraglio»

Radio-Radicale

Alessio Falconio, alla guida dell’emittente fondata da Marco Pannella nel 1976, sul futuro incerto. Protestano le opposizioni


«Senza rinnovo della convenzione con il governo Radio Radicale cesserà immediatamente le trasmissioni». È categorico Alessio Falconio, direttore della radio fondata 43 anni fa da Marco Pannella, nel commentare le dichiarazioni del sottosegretario all’editoria Vito Crimi  – che ha annunciato in maniera inequivocabile che non ci sarà alcuna proroga per l’emittente, la cui convenzione scade il 21 maggio. «La decisione è stata presa a soli 35 giorni dalla fine della convenzione e i tempi tecnici per mettere a gara e assegnare un servizio pubblico sono molto più lunghi, ci vogliono mesi. Nei nostri confronti invece il preavviso è stato minimo».

«La convenzione tra Radio Radicale ed il Ministero dello Sviluppo Economico si è avviata a seguito di una gara indetta il 1° aprile del 1994. Da allora il servizio è proseguito in regime di proroga, nonostante Radio Radicale abbia sempre richiesto che venisse rimesso a gara», si legge in una nota dell’emittente pubblicata su Twitter. «Abbiamo chiesto di incontrare il governo per spiegare le nostre posizioni, ma non abbiamo avuto risposta. Magari ci saranno novità, anche se non credo. Speriamo di avere notizie presto, i tempi sono brevissimi», prosegue Falconio.

La radio non trasmette pubblicità e si finanzia interamente con fondi pubblici: ogni anno riceve poco più di 8 milioni di euro per la trasmissione delle sedute del Parlamento (la radio deve trasmettere almeno il 60% dei lavori delle due Camere nella fascia dalle 8 alle 20) e quasi 4 milioni e mezzo dai fondi per l’editoria in quanto organo della Lista Marco Pannella. Nel 2008 Radio Radicale è stata l’unica esclusa dal ridimensionamento dei fondi pubblici per l’editoria, in quanto impresa radiofonica privata che svolge attività di interesse generale.

«Aprirsi al mercato significherebbe esplorare un campo totalmente diverso dal nostro. Dovremmo cambiare i palinsesti e la programmazione, diventare a tutti gli effetti una radio commerciale. Perderemmo la nostra identità, costruita in 43 anni di servizio pubblico», prosegue il direttore. «Quando il Presidente del Consiglio dice che dobbiamo rivolgerci al mercato non considera che noi svolgiamo un servizio pubblico essenziale, che non porta utili e ha dei costi importanti».

Proprio la particolare natura è stata utilizzata da Crimi per giustificare la fine della convenzione con la radio: «Esiste Rai Parlamento, un servizio pubblico, un canale istituzionale che trasmette le sedute parlamentari e delle commissioni», ha dichiarato il sottosegretario. Nell’ultimo periodo, poi, era spuntata l’ipotesi di una partnership con la Rai per permettere alla radio diretta da Falconio di proseguire le trasmissioni. «Il dialogo con Viale Mazzini è fondamentale, visto che la Rai è la principale emittente pubblica italiana e noi, come loro, svolgiamo un servizio pubblico pur non essendo una radio statale. Al momento però queste sono solo idee, perché qualsiasi soluzione non può prescindere dalla proroga della convenzione».

Infine, una chiosa sull’archivio, tra le principali fonti storiche dell’attività parlamentare (circa 400 mila documenti, 19 mila sedute del Parlamento, 6700 processi, 4400 convegni con comizi e interviste): «Finirà con la fine delle trasmissioni. Ogni giorno viene aggiornato con ciò che registriamo, ma inevitabilmente se non potremo più farlo rimarrà fermo dov’è. Siamo consapevoli del suo immenso valore storico, ma al momento non ci sono soluzioni».

Contro la chiusura dell’emittente si sono levate le voci delle opposizioni. «Mi rifiuto di pensare che non si riesca a trovare la soluzione, e mi auguro che almeno su questo Salvini faccia sentire la sua, e non si renda complice di un’operazione che è semplicemente inconcepibile, assurda e inaccettabile». Ha affermato il deputato del Partito democratico Roberto Giachetti. «I governi che spengono le radio e fanno chiudere i giornali non sono governi democratici. Crimi forse non lo comprende, ma i suoi partner dovrebbero saperlo e avere qualche cosa da dire al riguardo. Chiudere Radio Radicale è un attentato alla libertà e alla democrazia. Vergogna». Ha scritto su Twitter la capogruppo alla Camera di Forza Italia Mariastella Gelmini.

 

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