Andrea Tafi: «Io come Moser, tricolore alla Roubaix»

Roubaix

L'ex ciclista è stato l'ultimo italiano, nel 1999, a trionfare sulle strade di fango e polvere della Francia del nord. Per ReporterNuovo ha raccontato quel giorno e fatto il punto sulla situazione del movimento: «Un pronostico? dico Ganna»


Un girone infernale nel nord della Francia. La Parigi–Roubaix è un calvario di 257 chilometri, lungo il quale i ciclisti, come peccatori, espiano le loro colpe. Fango o polvere, a seconda del tempo, poi tanto pavé. Al vincitore ne tocca un pezzo, oltre al pass per entrare dalla porta principale nell’Olimpo dello sport. Andrea Tafi, 52 anni da Fucecchio – Firenze – il suo angolo di Paradiso lo ha conquistato nel 1999, ultimo italiano ad alzare le braccia nel velodromo dei desideri, ostacolo finale prima del sospirato traguardo: «Quel giorno indossavo la maglia tricolore, proprio come Francesco Moser, il mio idolo da bambino. Avevo realizzato il sogno di una vita, da non crederci».

Domenica si tornerà su quelle strade impervie, cos’è la Parigi-Roubaix?
Un monumento mondiale del ciclismo. Una gara con mille sfaccettature che la rendono unica nel suo genere.

Che ricordi ha di quel giorno?
Sono emozioni destinate a rimanere indelebili, scolpite nella memoria. Al mattino il cielo prometteva pioggia, quindi ci aspettavamo il fango. Durante la corsa, invece, le condizioni climatiche sono migliorate ed è spuntato il sole che, in quello scenario, significa terreno secco e arido. Mangiammo molta polvere.

Unico italiano ad aver trionfato al Giro delle Fiandre e alla Parigi-Roubaix. Qual è il successo più importante nella carriera di Andrea Tafi?
Ogni vittoria ha un perché ed è speciale. Questa però, proprio per aver replicato l’impresa di Moser, rimane quella a cui sono più legato. Certo, a pensarci bene, pure il Fiandre è stato stupendo. È giunto a 36 anni, inaspettato, bellissimo. Quel giorno diventai il più vecchio vincitore della gara.

Tafi


Il rimpianto?

Il campionato del mondo. Nel 1996 a Lugano, sono arrivato sesto. Un vero peccato, mi sentivo benissimo.

Un nome per domenica?
Filippo Ganna. Penserai “Che mi dice questo?”, eppure avete visto Alberto Bettiol al Fiandre. Si tratta di un ragazzo promettente, ha già vinto la Roubaix fra i dilettanti. L’unico interrogativo è la presenza di Alexander Kristoff in squadra, ma lì subentrerà la tattica. Non ci dimentichiamo di Gianni Moscon o della corazzata Quick Step. Al di là dei nomi, da italiano spero possiamo tornare a prenderci questa corsa: abbiamo delle chances e vent’anni di digiuno sono tanti.

Qualche mese fa circolava l’ipotesi di un suo ritorno, in via eccezionale, per celebrare l’anniversario tondo dalla vittoria alla Parigi-Roubaix. Cosa c’è di vero?
Era un progetto fondato, mi sarebbe piaciuto rendere omaggio alla gara in modo particolare. Non avevo intenzione di mettermi in discussione o competere per dimostrare di essere meglio di qualcuno. Non devo provare nulla, il mio l’ho già fatto. Volevo, piuttosto, testare il mio fisico da ultracinquantenne. Poteva essere un’idea interessante anche sotto il profilo medico-scientifico. Ripercorrere quelle strade e capire i cambiamenti del ciclismo.

20020407 - MEERBEKE, BELGIUM - SPR: CICLISMO: FIANDRE; VITTORIA TAFI. Italian Andrea Tafi of the Mapei - Quick step team celebrates on the podium after winning the 86th " Ronde Van Vlaanderen " cycling race, Sunday 07 April 2002, in Meerbeke. Italian Tafi wins ahead of Belgian second placed Johan Museeuw and third Peter Van Petegem. ANSA / BENOIT DOPPAGNE / PAL

Poi cos’è accaduto?
La difficoltà maggiore è stata trovare una squadra, senza non puoi partecipare e la carta d’identità parla da sola. Qualcuno disse persino che avrei tolto spazio ai giovani. Nulla di più falso: i ragazzi sono il futuro in ogni campo, io sono il loro il primo sostenitore. Avrei corso solo la Parigi-Roubaix, poi avrei ceduto il mio contratto. Un mese fa, però, mentre mi allenavo per tenermi in forma, un altro ciclista mi ha urtato da dietro, sono caduto e mi sono rotto la clavicola sinistra. I propositi sono naufragati.

Quando correva lei, il ciclismo italiano era un punto di riferimento. Oggi la geografia del pedale è cambiata. Come se lo spiega?
Non avere squadre nel giro World Tour, inevitabilmente penalizza. Diventa necessaria una riflessione nell’organizzazione dei team giovanili affinché si dia ai ragazzi, in concreto, la chance di praticare ad alti livelli questo sport meraviglioso.

Sicurezza e mancanza di impianti completano il quadro.
Capisco i genitori, non è semplice mandare un figlio in strada ad allenarsi. Tutti i giorni succede qualcosa per cui c’è da spaventarsi. Si devono costruire strutture adeguate. L’Italia storicamente ha rappresentato il vertice del movimento ed è triste considerare che nell’intera penisola c’è solo un velodromo coperto, a Montichiari, chiuso per inagibilità del tetto.

Vincenzo Nibali parteciperà a Giro e Tour. Nel ciclismo moderno è ancora possibile centrare l’accoppiata?
Se ha deciso di esserci, in cuor suo sente di poterci riuscire. Fa bene, perché non bisogna precludersi nulla. Si presenterà al Giro per vincere e questo, magari, potrebbe comportare una fisiologica flessione per il Tour. Conterà molto la preparazione, diversa rispetto a quella dei miei tempi. Oggi, in generale, sono molto più dure e intense: conducono l’organismo al limite.

Corse a tappe e grandi classiche. Chi la impressiona di più?
Nei Giri di tre settimane, il palmares di Chris Froome è da urlo. Anche Simon Yates e Tom Dumoulin hanno ottimi numeri. Nelle gare di un giorno, Julian Alaphilippe è andato fortissimo: nelle Ardenne tornerà protagonista.

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